INDEBITO INTRATTENIMENTe – colpevoli nel debito, innocenti nel consumo (parte 1: storia del debito pubblico)

Di seguito la prima parte di un lavoro che ho scritto alla fine del 2018. Data la lunghezza complessiva, per facilitare la lettura ho deciso di pubblicarla suddivisa in quattro parti.

Storia del debito pubblico

“E adesso aspetterò domani, per avere nostalgia

signora Libertà, signorina Fantasia.

Così preziosa come il vino, così gratis come la tristezza

con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.”

Fabrizio De Andrè, Se ti tagliassero a pezzetti

 

1 “Da anni indago sul caso Merini” (Alda Merini)

Questo lavoro nasce da una necessità. Circa un anno e mezzo fa un fatto politico mi toccò personalmente come non era mai accaduto prima; fu un contatto violento, che mi lasciò stordita e confusa. Dopo anni passati, anche grazie alla psicoterapia, a osservarmi dentro, improvvisamente fui costretta a guardare fuori. E fuori c’erano molte cose che non capivo.

Un giorno di quel periodo, di ritorno da una manifestazione a Roma, alla stazione di Milano mi ritrovai sopra la testa questo:

storia del debito pubblico

Immagine tratta dal sito di Huffington Post

Era grande, e le persone che passavano lì sotto sembravano ridicolmente piccole. Rimasi a lungo col naso in su e la bocca aperta, con addosso una spiacevolissima sensazione. Il contatore si muoveva e Roma-Milano era proprio la tratta che avevo percorso io: sembrava davvero diretto a me. Ogni promessa è debito, amen. Salii sul treno che mi avrebbe riportata a casa un po’ turbata, come se mi avessero lanciato un anatema, una maledizione, un memento mori.

Qualcosa non mi tornava però. Com’era possibile che proprio io reagissi in quel modo? Com’era possibile che quella sensazione appartenesse alla stessa persona che da bambina andava alle riunioni dell’associazione Italia-Cuba, dove i grandi si salutavano col pugno alzato e cantavano Hasta siempre Comandante? Che da ragazzina portava una maglietta che recitava “Debito estero, furto ai paesi poveri” e disegnava per il giornalino Fermate Colombo?

Non capivo bene e mi sembrava di non possedere le chiavi di lettura giuste per poterlo fare. Il messaggio del monitor mi sembrava assolutamente lontano da me, ma allo stesso tempo sentivo che faceva presa in un mio luogo profondo, antico, la cui scoperta mi sorprese. Ero davvero io?

In preda a questi dubbi cominciai, nei giorni seguenti e per circa un anno, a seguire conferenze e seminari di macroeconomia pubblicati su YouTube. Li ascoltavo mentre stiravo, mentre facevo i mestieri, mentre cucinavo: in ogni momento “libero”. Il mio compagno mi guardava attonito e, sapendo che a fatica distinguo la fiscalità dalla contribuzione previdenziale, si chiedeva e mi chiedeva se fossi impazzita. Così, smuovendo un po’ di polvere qua e grattando un po’ di terra là, ad un certo punto mi sono ritrovata con più niente sotto i piedi: una vera vertigine da horror vacui, salvo poi accorgermi che qualcosa mi teneva su.

storia del debito pubblico

Immagine tratta dal sito di Epoch Times 

“This is Major Tom to Ground Control

I’m stepping through the door

and I’m floating in a most peculiar way

and the stars look very differet today.”

David Bowie, Space oddity

Di seguito la sintesi delle mie esplorazioni, alla luce delle quali l’attuale dibattito politico e mediatico mi appare surreale e grottesco. Se poi provo a incrociare le questioni macroeconomiche con la controinformazione sulla politica estera il risultato è davvero disarmante.

2.1 “Perchè la Storia è importante!” (Patrizia Guarnieri) 

“Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta: ma chi cazzo li aveva, i fottuti soldi?”

Charles Bukowski

Ammetto che, oltre ad aver seguito conferenze su YouTube, ho anche letto qualche libro. Inizia con questa citazione il primo che ho letto sull’argomento; da subito mi rincuorò sapere che non ero l’unica ad avere le idee confuse e che ci si poteva anche ridere su! Come nasce e come cresce dunque questo fantomatico debito pubblico?

Gli storici e gli antropologi come Graeber (citato in Bersani, 2017) concordano nel sostenere che il paradigma debitore-creditore nelle relazioni sociali sia sempre esistito e che innumerevoli siano le tracce: dalla Mesopotamia del 3200 a.C. all’Egitto, dall’antica Grecia all’Impero romano, fino ad arrivare ai piccoli regni e staterelli italiani prima dell’unificazione. In tutti questi casi il costume era sostenuto da una vera e propria  normativa, che prevedeva come chi non avesse i soldi per restituire il prestito pagasse col proprio corpo: con le più svariate sevizie, con il lavoro in schiavitù fino a ripagare il debito e con la morte. Pensiamo ad esempio a Il mercante di Venezia (opera teatrale scritta da Shakespeare e poi film diretto da Radford) e alla penale della libbra di carne in caso di mancata restituzione della somma dovuta.

I debitori erano anche oggetto di pubblico disprezzo, nell’antica Roma essi finivano per “essere marchiati come infames, con tutte le conseguenze che ciò comportava: rimanevano esclusi dalle cariche civili, militari e giudiziarie, non potevano essere accusatori nei giudizi penali ed erano indegni di essere sentiti come testimoni; inoltre, non potevano assistere ai pubblici spettacoli” (Bersani, 2017).

Accanto alla pratica diffusa dell’indebitamento privato vi era anche il suo periodico annullamento da parte del potere, che distruggeva i documenti di credito e ripristinava i diritti dei contadini sulla terra. Questo sistema permetteva di avere sempre un numero congruo di contadini, che lavorassero la terra in modo da produrre alimenti sufficienti, e che potessero essere tramutati in soldati in caso di bisogno. La tradizione degli annullamenti generalizzati dei debiti entra a far parte delle religione ebraica nel V secolo a.C. (vedere il paragrafo 5). Con l’istituzione del Giubileo si garantivano la restituzione delle terre agli antichi proprietari, la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi e il riposo della terra.

Queste pratiche “non erano il frutto di processi di emancipazione sociale, bensì tentativi di restaurare l’ordine precedente, senza intervenire sulle cause della disuguaglianza, o di prevenire rivolte sociali. Ciò che tuttavia li accomuna è il tentativo dei governi di mantenere una qualche forma di coesione sociale evitando la costituzione di grandi proprietà private” (ibidem).  Questa lungimiranza è manchevole da tempo.

Ma non solo i privati contraevano debiti, anche gli Stati europei se ne servivano per finanziare la loro economia e le loro guerre (vedere a tal proposito l’intervista a Pietro Ratto sui finanziamenti agli stati europei dalle prime banche Rothschild:  https://www.youtube.com/watch?v=cvAM10DCKyU); nel 1861 il nuovo Stato italiano riconobbe tutti i debiti degli antichi Stati e venne costituito il Gran libro del Debito pubblico. Così è nato il debito pubblico italiano.

Vediamo ora come e perché è cresciuto fino a come lo conosciamo oggi, come da contatore alla stazione. In sintesi possiamo dire che le ragioni della nascita dell’economia del debito sono da ricercare all’inizio degli anni ’70: dopo trent’anni di crescita dell’economia e del benessere, iniziata dopo la Seconda guerra mondiale (la cosiddetta Golden Age dello sviluppo industriale fordista), la situazione era caratterizzata da elevata inflazione e crescita di salari e produzione, con la conseguente e progressiva saturazione dei mercati.

Dalla erosione dei profitti derivante da questa situazione, e per per porvi rimedio, nasce (con il governo Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e il governo Reagan negli Stati Uniti nel 1981) la dottrina liberista e la sua trionfale narrazione: l’intero pianeta è un unico grande mercato che, attraverso la libertà di movimento dei capitali e l’eliminazione di vincoli sociali e ambientali, si autoregola e regala benessere a tutta la società. Nella pratica essa spinge verso una progressiva privatizzazione, una diminuzione dell’intervento statale in ambito economico (vedere al paragrafo 7 cosa questo ha comportato sul piano accademico e giuridico) e uno smantellamento delle tutele dello stato sociale.

Nel contesto di grandi innovazioni tecnologiche, soprattutto nel campo dell’informatica, della comunicazione e dei trasporti, si arriva ad una globalizzazione del sistema economico-produttivo e socio-culturale (a modello statunitense), che arriva a compimento nel 1989 con la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Nonostante l’accoglienza entusiastica, il risultato fu la “stragrande maggioranza della popolazione mondiale talmente impoverita da ritrovarsi senza alcun potere d’acquisto, e con una fascia minoritaria con capacità d’acquisto, ma che in breve tempo aveva comprato e consumato quanto era nelle proprie possibilità. E’ stato a quel punto, e per rispondere esattamente a questo impasse, che il modello capitalistico ha modificato il proprio agire, trasferendo enormi risorse direttamente sui mercati finanziari, ovviando alla difficoltà di continuare a ottenere profitti scambiando merci con la ricerca di profitti semplicemente scambiando denaro. […] In questo quadro si afferma l’economia del debito, che diventa il vero motore economico degli ultimi decenni. In altre parole si persegue la crescita con mezzi non convenzionali e si avvia un imponente e crescente processo di indebitamento dei consumatori e delle imprese in modo da garantire i consumi anche in una situazione di drastica contrazione dei redditi e dei salari. La finanziarizzazione diventa l’impalcatura della nuova economia del debito” (ibidem).

2.2 “ Solo uno shock trasforma il socialmente impossibile in politicamente inevitabile” (Milton Friedman)

Di seguito i passaggi più importanti della costruzione storica dell’economia del debito; è importante che sia chiaro come l’elevato debito pubblico sia il risultato di precise e continuative scelte politiche e non una questione “naturale” o “fatale”.

  • 1971 Fine della convertibilità del dollaro in oro. Gli accordi di Bretton Woods, siglati nel 1944, prevedevano un sistema di cambi valutari fissi, tutti riferiti al dollaro, e la convertibilità dollaro/oro. Stabilizzare i cambi significava impedire movimenti eccessivi di capitali, in sostanza arginare la speculazione ed evitare gli eccessi; la convertibilità impediva agli Stati Uniti e a ogni altro paese di creare moneta a proprio piacimento, dato che si doveva possedere oro in proporzione. La decisione di abolirla viene presa per poter finanziare la guerra in Vietnam; gli USA avrebbero altrimenti esaurito la propria riserva aurea.
  • 1973 Primo shock petrolifero. Il prezzo del petrolio quadruplica, per decisione dei produttori, producendo una forte inflazione nei paesi consumatori e massima disponibilità di valuta nei paesi produttori; questa grande massa finanziaria fa scendere i tassi di interesse, di fatto promuovendo il finanziamento dei programmi di investimento nei paesi cosiddetti in via di sviluppo da parte di grandi banche internazionali. Ecco servito il debito estero dei paesi del sud del mondo di cui parlava la maglietta che portavo da bambina.
  • 1978 Assassinio di Aldo Moro. Dopo quarant’anni di “indagini” ancora non sono del tutto chiare le implicazioni geopolitiche di questo avvenimento; quel che è certo è che segnò un giro di boa.
  • 1979 Secondo shock petrolifero. Il prezzo del petrolio viene aumento di 20 volte, rendendo elevatissimo il costo delle importazioni e il conseguente fabbisogno finanziario per pagarle; le esportazioni di materie prime (caratteristiche dei paesi “in via di sviluppo”) sono insufficienti per pagare sia le importazioni che il servizio al debito (i contratti di finanziamento sono stipulati in dollari; si tratta quindi di restituire valori costanti in dollari, ma moltiplicati esponenzialmente nelle valute locali). Inizia la spirale del debito. Nello stesso anno il Presidente della Federal Reserve attua un brusco apprezzamento del dollaro, con il più che raddoppiamento dei tassi di interesse e conseguente creazione dal nulla di indebitamenti cumulativi e dipendenza dai mercati borsistici delle possibilità di finanziamento, sia per debiti privati che per quelli pubblici.
  • 1981 Divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. Prima di ciò, quando lo Stato emetteva titoli per potersi finanziare, la Banca d’Italia forniva la garanzia di acquistare i titoli invenduti a tasso d’interesse prefissato; questo permetteva di emettere titoli a basso tasso di interesse e di poterli vendere tutti, non era cioè possibile la speculazione finanziaria. Dopo il 1981 invece, per poter vendere tutti i suoi titoli lo Stato deve garantire un alto tasso di interesse; pagare tassi di interesse superiori all’inflazione non fa che aumentare il debito pubblico. E’ importante ricordare che tra il 1990 e il 2015 (tranne nel 2009) l’Italia ha chiuso con avanzo primario, che sta a indicare entrate superiori alle uscite. “Detto in altri termini, significa che i cittadini hanno versato allo Stato 700 miliardi i più di quello che dallo Stato hanno ricevuto sotto forma di fornitura di servizi. E, nonostante questo, il debito pubblico è aumentato, grazie al circolo vizioso degli interessi sul debito” (Bersani, 2017).
  • 1982 Alcuni paesi dell’America Latina si dichiarano insolventi e scoppia la crisi del debito internazionale. Entrano in gioco le grandi istituzioni finanziarie internazionali: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale diventano “i principali prestatori dei paesi indebitati, con il doppio obiettivo di garantire il rimborso delle banche private creditrici e di imporre i famigerati Piani di aggiustamento strutturale, ovvero drastiche riforme economiche e strutturali, come la liberalizzazione completa del mercato interno, eliminando tutte le forme di protezione, la liberalizzazione del tasso di cambio, il taglio della spesa pubblica e le privatizzazioni” (ibidem) che a loro volta aggravano la situazione di dipendenza di questi paesi. Di fatto si tratta di una  nuova colonizzazione, una guerra invisibile. “Compiuta la rapina e ricavato tutto il profitto possibile dai prestiti concessi, le banche decisero in seguito che era venuto il momento di tutelarsi, avviando il mercato secondario dei prestiti: una trovata ingegnosa fu quella di trattare i prestiti come se si trattasse di una merce qualsiasi da vendere sul mercato dell’usato. Il Debt for Equity Swap (Debito contro quote di capitale) […]. Grazie a questa operazione finanziaria, le banche si liberarono di una parte del crediti in sofferenza (dopo che, tra restituzioni e interessi, avevano fruttato molte volte il loro valore) e le multinazionali si impossessarono a prezzi scontatissimi di quote di aziende pubbliche d’importanza strategica. Una gigantesca operazione di espropriazione basata su un sistema di usura internazionale, chiamato debito” (ibidem). Inizia l’utilizzo dei derivati a scopo speculativo.
  • 1986 Direttiva CEE 566/1986. Vengono deregolamentati i movimenti di capitale, portando alla liberalizzazione dei mercati finanziari.
  • 1989 Caduta del muro di Berlino. Il dominio politico e culturale degli USA è compiuto; la scienza economica diventa un apparato ideologico che veicola una narrativa ormai egemonica. Nello stesso anno, una direttiva bancaria CEE permette la creazione di un mercato unico dei servizi finanziari.
  • 1990 Legge Amato. Gli istituti di credito di diritto pubblico si trasformano in società per azioni.
  • 1991 Dissoluzione dell’Unione Sovietica. Mutano gli equilibri politici a livello mondiale.
  • 1992 Trattato di Maastricht. Gli Stati non possono più chiedere aiuto alle banche centrali e sono costretti a rivolgersi ai mercati per soddisfare i propri bisogni di finanziamento. Finisce l’autonomia politica degli Stati.
  • 1998 Primo salvataggio di un fondo privato da parte della Federal Reserve. La Russia dichiara default formale, causando turbolenze finanziarie, tra cui il fallimento del fondo d’investimento altamente speculativo Long-term Capital Management, diretto dalle “migliori menti della finanza mondiale” (ibidem). La Fed organizza un piano di salvataggio; l’alternativa sarebbe stata l’implosione del mondo finanziario in una reazione a catena di insolvenze. Questo evento “consentì al sistema bancario di acquisire il principio too big to fail (troppo grandi per fallire). Il salvataggio di fatto pubblico messo in campo dalla Fed, per le banche costituì il segnale che si poteva osare ancora di più, prendere in carico rischi ancora maggiori, perché in caso di difficoltà lo Stato sarebbe intervenuto. Occorreva tuttavia divenire sufficientemente grandi per poter «obbligare» gli Stati a interventi in proprio soccorso: a questo scopo, occorreva superare definitivamente le distinzione tra banca commerciale e banca d’investimento” (ibidem).
  • 1999 Abolizione della distinzione tra banca commerciale e banca d’investimento (governo Clinton). “Una banca commerciale è una banca nella quale apriamo un conto, mettiamo in deposito i nostri soldi e, sulla base di questi, la banca può fare dei prestiti ad altre persone. Questa è quella che la maggior parte delle persone considera banca. Una banca d’investimento è una banca completamente diversa. E’ quella banca che fa prestiti alle aziende che sono sul mercato dei capitali e hanno quindi azioni quotate in Borsa” (ibidem). Dopo la progressiva privatizzazione dei sistemi bancari nel corso degli anni ’90, questa abolizione permette la fusione di banche commerciali, banche d’investimento e compagnie di assicurazione, avviando processi di concentrazione; le banche sono d’ora in avanti liberate dalla necessità di dover emettere prestiti sulla base dei depositi reali. Questo è un passaggio essenziale, poiché “contemporaneamente, trent’anni di politiche liberiste avevano eroso in maniera consistente i redditi delle persone, determinando un forte travaso, nella distribuzione della ricchezza interna, dai redditi da lavoro alle rendite da capitale. […] La popolazione si era impoverita e, non bastando più il normale salario a coprire tutte le necessità, fu spinta al progressivo indebitamento sui mercati finanziari” (ibidem). Questo comporta un “progressivo abbassamento della qualità dei prestiti che venivano concessi, fino a prevedere prestiti generalizzati a quella categoria di persone che i banchieri avevano soprannominato N.I.N.J.A (No Income, No Job, No Assets), ovvero persone a cui venivano concessi prestiti pur non avendo alcun reddito, né lavoro, né beni immobiliari come garanzia” (ibidem). Per fare questo senza tenersi il rischio, le banche mettono sul mercato finanziario globale questi crediti che non valgono nulla, i cosiddetti subprime. Nello stesso anno entra in vigore l’Euro.
  • 2001 La Federal Reserve abbassa i tassi di interesse.
  • 2006 Crisi immobiliare. La mancata restituzione della maggior parte di questi prestiti concessi ai N.I.N.J.A. fa sì che le banche si ritrovino contemporaneamente sul mercato un ingente numero di immobili, con una conseguente perdita di valore degli immobili stessi.
  • 2007 Crisi dei mutui subprime negli USA e crisi della finanza globale. Si tratta della conseguenza diretta della crisi immobiliare dell’anno precedente; di fatto è una crisi bancaria che porta alla bancarotta numerosi istituti di credito. Esiste una peculiarità europea, rispetto alla crisi del 2007; mentre negli USA la crisi bancaria viene scaricata direttamente sui cittadini, in Europa viene scaricata sugli Stati, diventando crisi del debito pubblico, a sua volta scaricata sui cittadini (ma indirettamente) con politiche di austerità e privatizzazioni. “Con l’introduzione dell’euro, enormi flussi di capitale si sono riversati dai paesi del centro (come Francia e Germania) verso quelli della periferia, alla ricerca di margini di profitto più alti di quelli che potevano ottenere in patria” (ibidem); in questo modo, nei paesi della periferia dell’Unione Europea, le famiglie, le imprese e le banche potevano indebitarsi a costo ridotto con le banche dell’Europa centrale (per crediti che corrispondono al 21% del Pil); il debito diviene così il principale motore dell’economia in quei paesi ironicamente denominati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), riversandosi da una parte in altre banche, aumentando l’indebitamento privato, e dall’altra in titoli di Stato (come in Grecia), aumentando l’indebitamento pubblico.

“E’ a questo punto che la Commissione Europea decide di intervenire con misure che impongono l’annullamento e la ristrutturazione dei debiti entro il 2013. Non si trattava di ovviamente di ciò che sarebbe necessario dal punto di vista dei popoli, bensì di permettere alle banche private, alle assicurazioni e ai fondi pensione di ricevere nel corso di diversi anni il rimborso integrale dei loro crediti, facendo profitti grazie alla differenza tra il tasso al quale ricevono i prestiti dalle banche centrali e quello al quale prestano agli Stati. Invece di imporre ai banchieri una riduzione del debito, l’Ue decise di scaricare il costo dei salvataggi sui bilanci degli Stati e di conseguenza sui cittadini. […] salvando le banche della periferia i governi di quei paesi hanno indirettamente salvato le banche dei paesi del centro. Questi salvataggi sono ovviamente all’origine dell’esplosione dei livelli di deficit e di debito pubblico a cui abbiamo assistito dal 2009 in poi, che è stato poi utilizzato per trasformare una crisi finanziaria e del debito privato in una crisi del debito pubblico e delle finanze pubbliche, giustificando così l’imposizione di quelle violentissime misure di austerità che sono all’origine della profondissima crisi sociale ed economica in cui versa l’Europa” (ibidem).

Ecco come cresce il debito pubblico: con il motto “si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite”; dopo la produzione prima e il consumo poi, il debito è il nuovo traino dell’economia mondiale.

  • 2009 Crisi degli Stati europei. La Grecia dichiara di aver falsificato i bilanci per poter entrare nell’eurozona; il Portogallo è in difficoltà (rialzo della stima deficit/Pil, aumento dello spread, declassamento dalle agenzie di rating, piani di risanamento). La Spagna viene declassata.
  • 2010 Creazione fondo salva-Stati. L’obiettivo è stabilizzare l’eurozona. L’Irlanda è in difficoltà (misure di austerità: tagli alla spesa pubblica e aumenti di imposte).
  • 2011 L’Italia è in difficoltà (declassamento, aumento dello spread), viene approvata la legge di Stabilità e cade il governo Berlusconi. Lo stesso anno inizia l’intervento militare in Libia.
  • 2012 Stati membri della Ue approvano il Fiscal compact, il Trattato sulla stabilità. L’Italia inserisce nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio; lo stesso anno la Spagna adotta misure di austerità. Mario Draghi (Presidente della Banca Centrale Europea) pronuncia, durante la Global Investment Conference, la sua celebre frase: “The ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro; and, believe me, it will be enough.”
  • 2015 La Banca Centrale Europea adotta il Quantitative Easing. Questa politica consiste in una ingente iniezione di liquidità attraverso programmi di acquisto di titoli finanziari, soprattutto di Stato. Lo stesso anno esplode la crisi greca: nonostante il referendum bocci il piano della Troika (Commissione Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), vengono adottate pesanti misure di austerità.
  • 2016 Salvataggio pubblico di banche private italiane. Monte dei Paschi di Siena, Cariferrara, Banca Marche, Banca Etruria, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, arrivate al fallimento dopo decenni di speculazioni finanziarie fuori controllo, vengono salvate da un intervento pubblico.

Va fatto notare che l’utilizzo dello shock come strumento politico rende quanto mai urgente una riflessione sul legame tra “democrazia” e politiche liberiste.

2.3 “Come si fa scendere la febbre se si accoppa il paziente” (Ugo Mattei)

Ma oggi a che punto siamo? Possiamo dire che “a livello globale, abbiamo assistito in questi ultimi anni a una gigantesca operazione ideologica e materiale, che ha trasformato quello che era un debito del sistema bancario e finanziario in un debito degli Stati, i quali, attraverso le politiche di austerità, ne hanno scaricato gli effetti interamente sui cittadini” (Bersani, 2017). Il risultato della sequenza di scelte sinteticamente elencate sopra, è una situazione in cui la finanza influenza pesantemente le politiche economiche e sociali degli Stati, rendendoli di fatto non autonomi ma in competizione tra loro per attrarre investimenti, in cambio di politiche market-friendly di precarizzazione, flessibilità e riduzione della spesa pubblica.

“Le politiche monetarie, le politiche di deflazione salariale (blocco dei salari), le politiche dello Stato sociale (riduzione delle spese sociali) e le politiche fiscali (trasferimenti verso le imprese e gli strati più ricchi della popolazione di diversi punti di Pil in tutti i paesi industrializzati) convergono verso la creazione di enormi debiti pubblici e privati. La riduzione del debito, oggi all’ordine del giorno in tutti i paesi, non è in contraddizione con la sua creazione, poiché si tratta della continuazione e dell’ampliamento del programma politico neoliberista. Da una parte si tratta di riprendere, attraverso politiche di austerità, il controllo sul «sociale» e sulle spese del Welfare, cioè sui redditi, sul tempo (della pensione, delle ferie, ecc.) e sui servizi sociali che sono stati strappati dalle lotte all’accumulazione capitalistica. […] Dall’altra parte, si tratta di perseguire  e approfondire il processo di privatizzazione dei servizi dello Stato sociale, cioè la loro trasformazione in terreno di accumulazione e di profitto per le imprese private” (Lazzarato, 2012).

In una logica perversa che ha visto “pubblico” e “privato” come forme differenti del medesimo processo di compressione dei diritti (vedere il paragrafo 7), lo stato di diritto si è trasformato in stato di mercato.  “Si è così trasformato il diritto al lavoro nel dover dimostrarsi occupabili – anche gratis – e i diritti sociali in bisogni, mentre i beni comuni e i servizi pubblici diretti a soddisfarli sono diventati beni economici da comprare” (Bersani, 2017).

Ma perché si costruisca l’economia del debito occorre la necessità di indebitarsi, cioè che i redditi da lavoro non siano più sufficienti per coprire le necessità individuali e collettive. “Occorre dunque inventare nuovi mercati per questa fascia di popolazione. Cosa si può vendere a chi ha già acquistato tutti i beni possibili? L’unica possibilità consiste nel mettere in discussione i diritti e i beni comuni per aprire nuovi terreni di valorizzazione per gli interessi finanziari. […] Poiché l’enorme massa di ricchezza privata prodotta sui mercati finanziari, che ha portato alla crisi globale di questi ultimi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire, è, infatti, intorno ai beni delle comunità territoriali che le mire speculative sono da tempo indirizzate” (ibidem). Ciò significa trasformare il diritto all’istruzione e alla salute in bisogno economico: una parte della popolazione non potrà più studiare o curarsi, ma l’altra parte pagherà per farlo.

“Il debito non è quindi un handicap per la crescita; al contrario, costituisce il motore economico e soggettivo dell’economia contemporanea. La fabbrica dei debiti, ovvero la costruzione e lo sviluppo di un rapporto di potere tra creditori e debitori, è stata pensata e programmata come il cuore strategico delle politiche neoliberiste. Se il debito è così centrale per capire, e dunque combattere, il neoliberismo, è perché quest’ultimo è articolato fin dalla nascita intorno alla logica del debito” (Lazzarato, 2012).

Negli Stati Uniti, non solo le spese più importanti come quelle per la casa, la macchina e gli studi, sono fatte a credito, ma anche l’acquisto dei beni correnti (attraverso l’uso della carta -appunto- di credito): l’insieme delle società finanziarie, assicurative ed immobiliari rappresenta il primo settore dell’economia. In Francia, il pagamento degli interessi del debito è al secondo posto del bilancio dello Stato e assorbe ogni anno la quasi totalità dell’imposta sul reddito. La crisi finanziaria è dunque una ghiotta occasione per estendere la logica neoliberista.

Per quanto riguarda l’Italia, è da tempo in corso un processo di espropriazione e privatizzazione di territorio, patrimonio e servizi, mascherato da una narrazione fondata sulla paura collettiva che usa il debito come alibi: abbiamo vissuto per decenni al di sopra delle nostre possibilità e ora ne paghiamo le conseguenze.

In una ideologia che non ha alcuna giustificazione economica reale (basti pensare al famoso 60% del rapporto deficit/Pil, che ci viene ripetuto come un mantra ma che è totalmente arbitrario dal punto di vista scientifico, come pure il limite del 3% di deficit), i Paesi indebitati vengono dipinti (ad esempio vedere le dichiarazioni dell’allora Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem: https://mobile.ilsole24ore.com/video/mondo/bufera-dijsselbloem-il-sud-spende-donne-e-alcol/AERurLr) come popoli di spreconi  (l’acronimo PIIGS è molto significativo). Anche il cosiddetto rating, che consiste nella valutazione dei titoli da parte di agenzie private, non è altro che una scommessa sul futuro e non certo una misurazione oggettiva; infatti “la stima è il risultato dell’operato delle agenzie di rating, pagate dalle imprese, dalle banche o dalle istituzioni che sono incaricate di valutare, in un colossale conflitto di interesse di cui nessuno sembra preoccupato” (ibidem). In questo senso, il mercato è come una struttura istituzionale che produce un giudizio, che poi diventa collettivo e assume valore di norma.

In relazione ai cosiddetti derivati, che sono contratti nati con finalità assicurative di copertura dai rischi finanziari, ma che vengono poi venduti e rivenduti fino a diventare estremamente rischiosi, va rilevato che il governo italiano ne fa uso a partire dagli anni ’80. In origine, dato il periodo di svalutazione della lira, questo proteggeva dalle perdite legate ai titoli di Stato emessi in valuta estera; il loro utilizzo è stato poi progressivamente esteso e oggi “è ormai completamente distorto e risponde al duplice obiettivo di contenere il fabbisogno di cassa e allungare la vita del debito” (Bersani, 2017). Ad oggi si tratta di parecchie decine di contratti, stipulati con 19 banche, di cui nient’altro è dato sapere.

In conclusione, attraverso la finanziarizzazione dei debiti pubblici il mercato ha dunque inglobato le istituzioni statali, che diventano soggetti economici tra gli altri e, per giunta, costantemente in deficit. La finanza è ormai consustanziale alla produzione di beni e servizi. L’illusione, cavalcata dalla sinistra a partire dagli anni ’70, dell’autonomia della politica e della neutralità dello Stato, è definitivamente dissolta: la maggior parte della popolazione dispone di sempre meno potere politico, ricchezza e futuro.

2.4 “There we shall spend the final days of our lives, tell the same old stories… yeah well, at least we tried. So into the West, smiles on our faces, we’ll go; oh, yes, and our apologies to those who’ll never really know the way” (Van der Graaf Generator)

La soluzione auspicata da Bersani si compone di diversi elementi; serve innanzitutto un lavoro culturale di demistificazione della narrazione ideologica riguardo al debito, che sembra oggi un tabù inaffrontabile. Incoraggiare a “ricostruire il passato (come si è formato il debito) e di scavare nel presente (come viene gestita la spesa pubblica) per costruire un diverso futuro” (Bersani, 2017) significa svelare la natura privata del debito pubblico (da debito delle banche private è stato trasformato in debito degli stati e poi scaricato sui cittadini). A questo proposito Bersani suggerisce l’audit come strumento politico di auto-organizzazione diffusa, come indagine autonoma, indipendente e popolare sulla gestione della finanza locale, in controtendenza rispetto al “progressivo distanziamento dei luoghi della decisionalità collettiva dalla vita concreta delle persone” (ibidem). Una mobilitazione sociale che porti alla definanziarizzazione della società  e alla riappropriazione della ricchezza prodotta collettivamente.

Si tratta sicuramente di una drastica inversione di rotta, funzionale a riaprire un orizzonte di possibilità: “poiché l’economia del debito non è una fatalità, ma il frutto di precise scelte politico-economiche, anche il pagamento del debito non può essere considerato un orizzonte ineluttabile […] Ciò che è impossibile pagare, non verrà pagato” (ibidem). Bersani sottolinea come esista una “copiosa giurisprudenza internazionale, a cui la volontà politica può fare riferimento per uscire dalla trappola del debito” (ibidem) e come vi siano associazioni che si stanno muovendo in questa direzione (ad esempio Cadtm Italia: Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi). Ovviamente, i cittadini che hanno investito i propri risparmi in titoli di Stato andrebbero rimborsati, ma si tratta di una percentuale minoritaria: solo il 6% è in mano a famiglie italiane, si arriva al 12-13% se alle famiglie si sommano i lavoratori che hanno aderito a fondi pensione (dati di Banca d’Italia a dicembre 2016), mentre la maggior parte dei creditori sono soggetti bancari e finanziari.

“Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato. […] Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico” (Lazzarato, 2012).

Quel che mi cruccia oltremodo è il fatto di essere del 1979; sono perciò nata insieme al liberismo e sono cresciuta insieme al neoliberismo. Questo mi rende veramente difficile scrollarmi di dosso alcuni impliciti, che mi rendo conto essere profondamente strutturanti. Per questo mi sono sentita tradita dalla generazione dei padri, che ho odiato profondamente durante questo periodo di studio ed è stato un vero shock per me rendermene conto.

Segue in “INDEBITO INTRATTENIMENTe – colpevoli nel debito, innocenti nel consumo (parte 2)”

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autore e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

BIBLIOGRAFIA 

  • Anderson, G. A. (2012). Il peccato. La sua storia nel mondo giudaico-cristiano. Macerata: Liberilibri
  • Bersani, M. (2017). Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa. Roma: DeriveApprodi
  • Butler, J. (2013). La vita psichica del potere. Teorie del soggetto. Milano-Udine: Mimesis Edizioni
  • Gazzaley, A. e Rosen, L. D. (2016). The distracted mind. Ancient brains in a hi-tech world. Cambridge: MIT Press
  • Han, B. (2017). Il profumo del tempo. Milano: Vita e Pensiero
  • Han, B. (2017). L’espulsione dell’Altro. Milano: Nottetempo
  • Han, B. (2016). Psicopolitica. Milano: Nottetempo
  • Lazzarato, M. (2012). La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista. Roma: DeriveApprodi
  • Mattei, U. (2011). Beni comuni. Un manifesto. Roma-Bari: Editori Laterza
  • Sartori, G. (2000). Homo videns. Roma-Bari: Editori Laterza
  • Simone, A. a cura di (2014). Suicidi. Studio sulla condizione umana nella crisi. Milano-Udine: Mimesis Edizioni
  • Stimilli, E. (2015). Debito e colpa. Roma: Ediesse

 

FILMOGRAFIA

  • Il capitale umano (2014). Regia di Paolo Virzì
  • Il mercante di Venezia (2004). Regia di Michael Radford

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