Applicazioni. Uso dei feromoni

PARTE SECONDA. CAPITOLO 4: APPLICAZIONI

4.1 FEROMONI E FERTILITA’

Recentemente alcuni ricercatori hanno preso in considerazione la possibilità che esistano dei legami tra sessualità, fertilità e feromoni.

In particolare la dottoressa Cutler, fondatrice dell’Athena Institute, un istituto di ricerca biomedica sull’isterectomia e sui deficit sessuali ad essa associati, tra il 1975 e il 1986 ha posto la sua attenzione sull’effetto che il comportamento sessuale ha sulla fertilità.

uso dei feromoni
Foto di nile da Pixabay

Nei suoi studi, donne in età riproduttiva hanno registrato giornalmente, per un periodo di almeno 14 settimane consecutive, la presenza o meno di determinati comportamenti sessuali e i dati relativi al proprio ciclo mestruale. Alcuni studi prevedevano anche la misurazione del ritmo della temperatura corporea basale (BBT, Basal Body Temperature) per la definizione del grado di fertilità e il prelievo di campioni di sangue per l’analisi dei livelli ormonali.

I dati emersi hanno mostrato come, comparate con donne meno sessualmente attive, denominate “sporadiche” (“sporadic”) o “astinenti” (“celibate”), quelle  con rapporti sessuali frequenti (tutte le settimane e almeno una volta alla settimana), denominate “settimanali” (“weekly”), presentavano una maggiore incidenza delle seguenti caratteristiche:

-pattern di BBT fertili (Cutler et al., 1985);

-cicli mestruali regolari di 29.53 giorni (Cutler et al., 1979a; 1983; 1985);

-raddoppiamento del livello di estrogeni nella fase luteinica (Cutler et al., 1983; Cutler et al., 1986; McCoy et al., 1985);

-negli anni di transizione della menopausa, un inizio ritardato della menopausa stessa e una minore incidenza delle caratteristiche “vampate”.

Questi effetti erano presenti nel 90% delle “settimanali”, nel 55% delle “sporadiche” e nel 45% delle “astinenti”.

In studi precedenti Cutler aveva dimostrato come un ciclo lungo circa 29.5 giorni, i 29.5 giorni del ciclo lunare, fosse più fertile rispetto a cicli più brevi o più lunghi (Cutler, 1980).

I dati hanno mostrato, inoltre, che, quando l’attività sessuale era sporadica, l’aumento nella frequenza totale era associata ad un’aumentata incidenza di cicli subfertili e di bassi livelli di estrogeni (Cutler et al., 1979b; 1980).

Nel 1983, Veith et al., hanno dimostrato come, all’interno del loro campione, le donne che avevano dormito con un uomo almeno due volte nell’arco di un periodo di 40 giorni, mostravano un’incidenza significativamente maggiore di ovulazione, rispetto a quelle che avevano dormito meno spesso con un uomo.

Nel 1991, Burleson et al., suddividendo il loro campione in accordo con i criteri utilizzati da Cutler et al. (1979a), hanno replicato le scoperte riguardanti la lunghezza del ciclo mestruale: le donne maggiormente attive dal punto di vista sessuale presentavano lunghezze del ciclo significativamente meno variabili. Gli autori hanno sottolineato, inoltre, che le differenze tra i tre gruppi non riguardavano la media delle lunghezze, ma soltanto le variazioni dalla media stessa, ossia le aberrazioni.

In seguito, i medesimi autori (Burleson et al., 1995) hanno ripetuto l’esperimento utilizzando però una media mobile di 7 giorni, senza l’iniziale dicotomizzazione dei pattern di comportamento in settimanali o meno. I risultati, contrastanti rispetto agli studi precedenti, mostravano che le medie più alte per settimana erano associate a lunghezze meno fertili del ciclo; un aumento nella frequenza dei rapporti sessuali era cioè associato ad un aumento di infertilità. Il fallimento della replicazione dei risultati precedenti (Cutler et al., 1979a; Burleson et al., 1991) potrebbe essere spiegato dalla scelta di non utilizzare il raggruppamento usato dagli altri studi; le donne con i conteggi medi settimanali più alti potevano cioè essere donne con sporadici rapporti sessuali in un periodo di aumentata frequenza.

Questi studi hanno effettivamente rilevato una relazione tra attività sessuale e parametri del ciclo mestruale, ma non hanno comunque fornito prove definitive riguardo alla ragione di questa associazione.

  

4.2 FEROMONI E MENOPAUSA

E’ noto a tutti come il sentirsi fisicamente attraenti sia molto importante per una migliore qualità della vita, da un lato per un positivo rapporto con se stessi e col proprio corpo, dall’altro perché, nella nostra società, siamo portati a considerare una persona bella, anche socialmente desiderabile e valida.

I fattori che, secondo Cutler, determinano se una donna sia o meno attraente sono: presenza e cura fisica, abilità sociale, grazia corporea, sicurezza, motivazione sessuale, interesse per contatti romantici ed escrezione di feromoni sessuali. Il declino che avviene durante la menopausa riguarda le componenti fisiche, motivazionali e feromonali. E’ ben noto, inoltre, come le donne anziane siano maggiormente propense a considerarsi poco attraenti, rispetto agli uomini di pari età.

Poiché alcune ricerche hanno dimostrato che l’applicazione a livello topico di feromoni può aumentare la frequenza dei contatti intimi, queste sostanze potrebbero avere la capacità di migliorare la qualità della vita delle donne che stanno sperimentando un declino in questo senso, correlato all’età e alla menopausa (Cutler e Genovese, 2002).

I cambiamenti nella sessualità e la diminuzione della produzione ormonale, che si presentano durante l’invecchiamento, sono alla base dello sviluppo del MFSQ (McCoy Female Sexuality Questionnaire) che serve, appunto, a valutare quegli aspetti della sessualità femminile che sono influenzati dalla diminuzione del livello degli ormoni sessuali. Questo questionario è stato recentemente utilizzato in altri studi, dai quali è emerso come la diminuzione nella valutazione degli items sulla sessualità sia proporzionale all’avanzamento della fase di transizione della menopausa e correli con lo stato endocrino (Nappi, 2007; Pitkin, 2009). In seguito, alcuni ricercatori si sono mossi per sviluppare un questionario specifico sulla qualità della vita durante la menopausa. I cambiamenti nel desiderio sessuale, la secchezza vaginale durante i rapporti e l’evitamento dell’intimità sono risultati essere tutti elementi importanti per la qualità della vita (Hilditch et al, 1996).

 

4.3 FEROMONI E ISTERECTOMIA

Nella letteratura esistono divergenze riguardo all’impatto che l’intervento di isterectomia ha sulla vita sessuale delle donne; molti studi hanno dimostrato come uno e due anni dopo l’operazione, rispetto a trenta giorni prima dell’intervento, la vita sessuale subisca un miglioramento, ad esempio con l’aumento della frequenza dei rapporti (Rhodes et al., 1999; Farrell e Kieser, 2000; Vomvolaki et al., 2006).

Queste conclusioni sono state però ricusate, argomentando che i supposti miglioramenti mostrati sono inficiati dalla scelta di una baseline immediatamente precedente all’intervento (Helström et al. 1993). Misurando la vita sessuale di donne che stanno aspettando di subire un’isterectomia e mostrando un miglioramento due anni dopo, non viene dimostrato che sia l’isterectomia ad averne migliorato la sessualità.

Al contrario, recenti studi hanno ottenuto risultati differenti (Shifren et al., 2000): il 29% di donne isterectomizzate da più di un anno ma meno di sei risulta, dopo una valutazione effettuata in quindici sedute, soffrire di disturbi nella sfera sessuale.

In realtà, la ricerca sulle disfunzioni sessuali femminili manca tuttora di un vocabolario specifico, malgrado la pubblicazione del trattato Human Sexual Inadequacy (Masters e Johnson, 1970) riguardo al ruolo critico della bellezza fisica nella sessualità femminile.

Infatti, nella revisione della letteratura sulle disfunzioni sessuali e sui possibili trattamenti (Berman et al., 1999), non viene affatto citato il ruolo del sentirsi fisicamente attraenti in questo tipo di disfunzioni, come pure nella revisione del DSM-IV di Heiman e Meston.

Nonostante questo, evidenze sperimentali sembrano suggerire che l’output feromonale vari da individuo a individuo e che sia maggiore durante i picchi di fertilità, come durante l’ovulazione e negli anni più fertili, e diminuisca con la perdita della capacità riproduttiva (Preti e Huggins, 1975).

Nelle scimmie rhesus, la perdita chirurgicamente indotta, tramite ovariectomia ed isterectomia, degli ormoni sessuali abolisce la naturale secrezione dei feromoni che attraggono gli individui di sesso opposto; la capacità di attrarre i maschi può essere però ristabilita tramite la locale applicazione di feromoni specie-specifici o tramite il rimpiazzamento degli ormoni riproduttivi (Michael e Keverne, 1968; 1970).

Questo suggerisce la possibilità che anche le donne in menopausa sperimentino effettivamente una perdita della capacità attrattiva.

Questa ipotesi è supportata dai risultati di una piccola ricerca, portata avanti da alcuni studenti dell’Università dell’Oklahoma; in questo studio è stato testato l’uso di un feromone su un campione di donne in menopausa, sottoposte a terapia ormonale, che lamentavano i disturbi nella sfera sessuale: il 70% ha riportato un incremento nell’attività sessuale dopo alcune settimane di utilizzo regolare del feromone.

Ovviamente, per confermare questi risultati, sarebbe necessario uno studio sperimentale, a doppio cieco e con un gruppo di controllo.

Segue in “Parte seconda. Capitolo 5: Feromoni e omossessualità”

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autore e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

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