Etica e migranti

Ho ricevuto molte volte, nel corso degli anni , una telefonata o una email in cui qualcuno mi chiedeva di rendere conto, verbalmente o attraverso una relazione scritta, del percorso fatto (concluso o in corso) con un’altra persona. A qualcuno sembrerà sorprendente, nel momento in cui dico che “l’altra persona” è maggiorenne e capace di intendere e di volere. A qualcuno non sembrerà affatto strano, nel momento in cui dico che “l’altra persona” è straniera. Richiedente asilo, per l’esattezza. Di volta in volta si è trattato di operatori sociali, esponenti delle istituzioni o delle autorità, colleghi. Ma a che titolo qualcuno pretende di entrare in una esperienza tanto intima e riservata, come può essere il percorso psicologico, di un’altra persona? Con che diritto? E con che finalità? Nessuno sembra chiederselo, e sembra ormai consolidata come prassi. Ma è giusto così?

Già un anno fa ho cercato di coinvolgere l’Ordine degli Psicologi della Lombardia e il Consiglio Nazionale degli Psicologi su questo tema; ripropongo parte della mail che ho inviato ad entrambi gli enti:

Sono una Vostra iscritta della provincia di Lecco; vorrei chiederVi un parere e sollecitare una riflessione più ampia sulla tematica della privacy dei richiedenti asilo, a partire dalla mia esperienza personale. Nell’ambito di una collaborazione libero professionale in partita iva, contrattualmente definita come “attività psicologiche a sostegno di persone profughe” che si sono svolte in parte all’interno dei centri stessi e in parte presso uno studio privato, […] mi è stata richiesta (a posteriori) una relazione clinico-psicologica per ogni persona incontrata. La richiesta mi è sembrata quanto mai inopportuna sia dal punto di vista deontologico, dal momento che non viene fatta dalle persone direttamente interessate, che sono tutte adulte e non ne sono neanche a conoscenza, che dal punto di vista contrattuale, dato che si è trattato di una collaborazione tra un ente privato e un libero professionista che si è svolta in larga parte in uno studio privato. Di fronte alle obiezioni è stato risposto che queste relazioni “le hanno sempre fatte tutti” i predecessori. Faccio presente che non ho mai avuto problemi, in passato, a scrivere relazioni per segnalare la situazione di vulnerabilità di alcune persone, sia alla Commissione Territoriale che alla Prefettura, o per inviarle al servizio territoriale di salute mentale, ma comunque sempre in accordo con le persone interessate e solo in situazioni specifiche che lo richiedevano. Quindi, vorrei da una parte un chiarimento sulla possibilità o meno che esista un obbligo di refertazione di qualche tipo, e se questo genere di attività è equiparabile o meno ad un servizio pubblico di tipo sanitario (sono servizi che sono stabiliti secondo un bando della Prefettura). Dall’altra parte vorrei sollecitare una riflessione più generale sulla questione e una presa di posizione istituzionale, perché la gestione di queste attività risulta particolarmente fumosa e discrezionale e mi pare, francamente, che con una utenza straniera e con un basso livello di istruzione, sia più facile  dimenticarsi quali siano i fondamentali della nostra professione.

Perché, diciamolo, l’accoglienza è terra di nessuno. Anzi no, tutt’altro: come ho già scritto in altri articoli, l’accoglienza è la terra del controllo e della sicurezza, giacché il Ministero di riferimento per la sua gestione è quello dell’Interno, non certo quello della Salute o delle Politiche Sociali. Non dovrebbe esserci confusione su questo e su quali siano le finalità del sistema, “accoglienza” è solo una parola più accettabile per le nostre orecchie rispetto a “ordine pubblico”.  

Per la cronaca: L’Ordine degli Psicologi della Lombardia mi ha risposto sul quesito deontologico specifico, dandomi ragione, ma non sul tema generale “etica e migranti” su cui volevo sollecitare una riflessione più ampia. Consiglio Nazionale degli Psicologi non pervenuto del tutto.

Ritengo che la prassi di chiedere relazioni psicologiche sui richiedenti asilo, apparentemente banale e innocua, nasconda in realtà una forte stortura etica che rappresenta alla perfezione il mondo dell’accoglienza in generale nei suoi aspetti più malsani (che a sua volta fa parte di uno scotoma culturale ancora più grande, che chiamerei “la logica del missionario”). Perché il tema è che il privato sociale non è il pubblico… sarebbe come se io presentassi una mia amica a una psicologa qualsiasi, accompagnandola al suo studio e, dopo qualche mese di terapia, io andassi dalla psicologa a chiedere conto del percorso fatto perché penso di sapere cosa è bene per la mia amica.

Relazioni ne ho scritte in passato, sia per la Commissione che il Tribunale, ma erano casi in cui aveva senso da un punto di vista sia clinico (c’erano disturbi seri) che burocratico (es. segnalavo vittime di tortura che poi accedevano alla visita medico legale e avevano un percorso agevolato) che etico (la decisione era concordata con la persona e non con altri). Avrei tante cose da raccontare e tante riflessioni da condividere, anche se mi rendo conto che non a tutti i colleghi interessa l’argomento, ma su questo tema mi infervoro e sono già stata anche parecchio battagliera (anche di fronte a un maresciallo che in caserma mi urlava “lei non sa chi sono io!”).

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autore e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

Questo articolo ha 3 commenti.

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