La teoria che Eduardo Viveiros de Castro, brillante antropologo brasiliano, espone nel suo libro Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale (2017, Verona: Ombre Corte) è estremamente interessante. Oltre che nell’antropologia, può avere risvolti importanti nella psicologia clinica, che si concretizzano nel suggerimento di evitare, nell’incontro terapeutico, «il gesto egemonico di scrivere l’altro» (Roberto Beneduce in Viveiros de Castro, 2017: 201).
Oltre l’etnocentrismo e il colonialismo
Infatti «Viveiros de Castro ricorda l’obbligo preliminare di non prendere troppo sul serio le nostre teorie» (ivi, pag. 202). Esorta la disciplina antropologica, nonostante l’etnocentrismo e il colonialismo siano suoi elementi strutturanti, a compiere lo sforzo di un’alleanza tra i mondi del soggetto e dell’oggetto, che la porti ad «essere una teoria-pratica della decolonizzazione permanente del pensiero» (ivi, pag. 28). La figura appena tratteggiata dell’Anti-Narciso rappresenta l’assenza della sovranità del soggetto sull’oggetto, dell’analizzante sull’analizzato. Mentre secondo l’epistemologia occidentale conoscere significa oggettivare e «la forma dell’Altro è la cosa» (ivi, pag. 47), secondo quella amazzonica conoscere significa soggettivare, personificare attraverso l’atto di divorare il punto di vista dell’altro, in una vera e propria «metafisica della predazione» (ivi, pagg. 121-131). «Conoscere “il chi delle cose” (Guimarães Rosa)» (ivi, pag. 47) implica un’etica della soggettivazione e delle relazioni in cui l’altro, non più oggettivato, diventa soggetto creatore di teoria, fonte di epistemologie non solo utili ma necessarie per la sua stessa comprensione. Come detto in premessa, tutto questo non vale solo per l’antropologia ma anche per la psicologia e, soprattutto, per la clinica.
La metafisica amerindiana
Per sintetizzare, Viveiros de Castro definisce la metafisica amerindiana come composta dal prospettivismo inter-specifico, dal multinaturalismo ontologico e, appunto, dall’alterità cannibale. Si tratta di una cosmogonia in cui le relazioni tra umanità, animalità e divinità sono differenti da quelle fondate sul cristianesimo; non è descrivibile a partire dalla differenza tra natura e cultura, che è invece la matrice della metafisica occidentale. Quest’ultima implica che il corpo sia natura, qualcosa di innato e universalmente oggettivo, e che la natura sia unica, mentre l’anima sia in un certo senso cultura, qualcosa di variabile e soggettivo, e che e le culture siano molteplici. Nella logica occidentale esiste un’unica realtà che può essere osservata da più punti di vista (relativismo).
Al contrario, la metafisica amerindiana implica che l’anima sia natura, qualcosa di permanente, mentre il corpo sia soggettivo; lo spirito è uno, mentre i corpi, le nature, sono molti e determinano il punto di vista (multinaturalismo). Ogni punto di vista è un soggetto e tutti gli esseri, umani e non-umani, sono centri di intenzionalità (prospettivismo). Chiaramente, usare la contrapposizione natura/cultura per descrivere qualcosa che non si fonda su questa stessa contrapposizione è una contraddizione in termini; Viveiros de Castro ne è consapevole e lo considera un male necessario, l’unica forma-pensiero con cui è possibile (per noi, beninteso) pensare.
Tutti gli esseri sono persone
Nel prospettivismo le ontologie sono variabili ma l’epistemologia rimane costante, esistono diversi oggetti per uguali rappresentazioni. Il presupposto antropocentrico occidentale si contrappone a quello antropomorfico amerindiano: tutti gli esseri sono potenzialmente persone, che è una categoria antecedente a quella dell’umano. Gli umani vedono se stessi come umani e gli altri esseri come non-umani, animali o spiriti, ma questo vale per (quasi) tutti gli esseri. Un giaguaro vede se stesso come umano e l’uomo come preda, il sangue come birra. Un pecari vede se stesso come umano e l’uomo come predatore, o spirito, e così via. Gli animali predatori e gli spiriti vedono cioè gli umani come animali, prede, mentre gli animali prede vedono gli umani come spiriti o come predatori. La chiave delle relazioni inter-specifiche tra esseri è dunque quella predatori/prede, la definizione di un essere si basa esclusivamente sulla posizione che occupa nella scala predatoria. Inoltre, data l’umanità cosmica di base, due specie non possono essere contemporaneamente umane.
In quest’ottica, il tema della metamorfosi, propria e altrui, che a volte emerge come materiale clinico, può forse assumere significati differenti che escono dal terreno battuto della psicopatologia. È lo sciamanesimo infatti che consiste nell’attraversare le barriere corporee e assumere differenti punti di vista, per amministrare le relazioni tra umani e non-umani. La metamorfosi è la modifica della posizione di osservazione che la corporeità originaria impone, per arrivare a far coincidere la propria prospettiva con quella che si pensa appartenga all’altro, assumendone l’intenzionalità.
Un cannibalismo prospettico
Il cambiamento della prospettiva avviene anche attraverso il cannibalismo che, nelle etnie amazzoniche, assume la forma del divoramento cerimoniale dei nemici, attraverso cui si attua l’identificazione con il proprio contrario. Si tratta di una vera e propria assimilazione, per incorporazione, dell’alterità come punto di vista sul sé. Scrive Viveiros de Castro:
«L’ho allora definito come un processo di trasmutazione di prospettive, in cui l’“io” viene determinato in quanto “altro” dall’atto d’incorporazione di questo altro, che a sua volta diventa un “io”, ma sempre nell’altro, letteralmente “attraverso l’altro”. […] Quel che si mangiava era le relazione del nemico con i suoi divoratori, in altre parole, la sua condizione di nemico. Ciò che si assimilava della vittima erano i segni della sua alterità, e quello cui ambiva era a tale alterità come punto di vista sul Sé. Il cannibalismo e il tipo di guerra amerindia a esso collegata comportavano un movimento paradossale d’autodeterminazione reciproca attraverso il punto di vista del nemico. […] L’antropofagia in quanto antropologia. […] Infine, ecco l’essenziale della “metafisica della predazione” di cui parlava Lévi-Strauss: la società primitiva come società senza interiorità, società che non riesce ad essere “se stessa” se non fuori di sé. La sua immanenza coincide con la sua trascendenza» (ivi, pagg. 124-126).
Anche questo è prospettivismo: si può comprendere se stessi come soggetti solo se si assume il punto di vista del nemico, in un ciclo continuo di vendette e costruzione di sé in quanto altro. Il Sé viene dunque autodeterminato dal divenire altro, divenire nemico; l’espressione tupi (uno dei gruppi etnici presenti in Amazzonia) per indicare il nemico è appunto identità al contrario, il rovescio dell’identità. La cosmogonia amazzonica è finalizzata alla produzione di persone invece che di beni, alla costituzione della soggettività a partire da elementi dell’alterità. Anche la guerra svolge la funzione di rinnovare continuamente l’apporto di persone e beni, attraverso un processo di incorporazione e individualizzazione per differenziazione (Bollettin, 2012).
Ecco dunque lo spunto interessante: la “costruzione” della persona attraverso l’altro è esattamente il nocciolo della psicoterapia relazionale. È nella reciprocità relazionale che la persona si può (ri)costruire.
Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte
(Silvia Noris – www.silvianoris.it)
Bibliografia
Bollettin Paride (2012), La relazione con i non indigeni secondo i mebengokré del fiume Bakajà, in Casella Paltrinieri Anna (a cura di), Incontri transatlantici. Il Brasile negli studi dell’antropologia italiana, Anzio-Lavinio (RM), Novalogos edizioni.
Viveiros de Castro Eduardo (2017), Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale, Verona, Ombre Corte.
