Rinunciare all’identità

Cos’è la coscienza di sé?

La coscienza, nella sua prima definizione del vocabolario Treccani, è la «consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori» (https://www.treccani.it/enciclopedia/coscienza/ consultato il 15/04/2025). Essere coscienti significa essere presenti a se stessi e al mondo e rende in grado di rispondere agli stimoli.

Come si può essere consapevoli della propria identità se si vive una vita di fronda, se si vive una vita intera sotto copertura, se ci si mimetizza per sopravvivere (qui)? Gli attori che recitano da più di trent’anni la stessa parte sono ancora loro stessi? Loro stessi, in fin dei conti, chi sono? La maschera non diventa un tutt’uno con la pelle sottostante? Cosa significa, quindi, avere un’identità al contrario? Abbiamo visto (qui) come questa fosse l’espressione usata dai tupi, in Amazzonia, per indicare il nemico. Il Sé si autodetermina attraverso il divenire altro, divenire nemico, inteso sia nel senso prospettico che nel senso mimetico. Parlare di identificazione con l’aggressore suona, in questo contesto, un poco ridicolo.

La rinuncia all’identità secondo Devereux

Forse possiamo parlare, allora, della rinuncia all’identità di cui parla Devereux. Egli sostiene che il solo fatto di possedere un’identità implichi invitare gli altri ad annientare l’identità stessa e anche il suo possessore «attraverso un atto di cannibalismo che trasforma il soggetto in oggetto» (Devereux, 2015: 35) e che per evitare questo rischio si ricorra a una falsa identità o alla rinuncia all’identità come difesa contro l’annientamento, poiché essere compresi significa poter essere distrutti. La rinuncia all’identità è cioè funzionale alla preservazione dell’esistenza:

«Questa entità così complessa – formata al prezzo di tanti sforzi, soggetta a tanti rischi e contrastata in molti modi – spiega perché, nei pazienti meno gravi osserviamo una tendenza a mascherarla mentre in quelli gravi una rinuncia all’identità finalizzata a proteggere semplicemente l’esistenza. […] Un altro dettaglio da evidenziare è la funzione al tempo stesso difensiva e offensiva della rinuncia e del mascheramento dell’identità» (ivi, pag. 57-59).

la rinuncia all'identità di Devereux La comprensione dell’identità ha come conseguenza la prevedibilità del comportamento del possessore dell’identità e il potere di controllo sullo stesso. Sottolineo come Devereux sostenga che un timore comune in chi ha paura di avere un’identità è quello di essere divorato, proponendo tre varianti di idee fantasmatiche: essere divorato e scomparire, essere divorato e diventare un divoratore, essere divorato e divorare (dal suo interno) il divoratore. Il mascheramento e la rinuncia proteggono dal farsi comprendere, comprendere se stessi e comprendere gli altri; Devereux evidenzia la contagiosità della comprensione.

Lo spossessamento di sé

Viviamo in un’epoca in cui si enfatizza continuamente l’importanza di essere se stessi, di puntare alla propria unica autenticità, l’autorealizzazione è il mantra moderno che guida le scelte di vita. Ma è davvero incoraggiata la strada “identitaria”? «Purtroppo l’educazione, invece di incoraggiare e agevolare la formazione di un’identità nello spazio, lo sviluppo di un Io corporeo coerente, agisce troppo spesso solo in senso opposto. Per molti aspetti il bambino non è nemmeno considerato come il possessore indiscusso del suo corpo» (ivi, pag. 50). Il tema dello spossessamento di sé richiama realtà apparentemente lontane dalle nostre, di stampo post-coloniale, creando un effetto disturbante che però non possiamo ignorare. «Come accedere quindi a “ciò che è proprio” quando questo è sempre stato confiscato dall’Altro? […] Poiché “avere” è prima di tutto accettare il rischio di perdere l’oggetto che si suppone proprio e provare così a metterlo in gioco tra sé e l’altro» (Lazali, 2022: 131).

L’epoca schizofrenica della scelta

Alcune ulteriori considerazioni sulle fatiche identitarie sono quelle che riguardano in generale l’epoca moderna come impero della scelta, della mobilità e della tecnologia, che complica la definizione di sé e segna una frattura in quella che era la costruzione dell’identità in periodi precedenti, nei quali invece:

«Il mio ruolo nella società sarà chiaro, e sebbene le mie opinioni saranno relativamente poche, la mia sicurezza psicologica sarà ragionevolmente salda. Non dovrò preoccuparmi del significato della mia esistenza o del ruolo che occupo nel grande schema delle cose. […] In assenza dei ruoli rassicuranti, predefiniti e che durano tutta la vita offerti dalla propria cultura, il senso di chi si è deve essere in gran parte derivato dalla propria integrità e autenticità interiore, dalla capacità di vivere per i propri valori e di essere onesti circa i propri sentimenti, atteggiamenti e motivazioni. Oggi, affidare la propria identità solo a connessioni esterne al Sé è una pratica pericolosa» (McWilliams, 2002: 10-11).

Al giorno d’oggi, non è così semplice e indolore essere onesti circa i propri sentimenti. Altre riflessioni sulle società moderne, in cui l’infanzia sparisce come soggetto sociale e i bambini vengono esaltati nelle dichiarazioni ma annullati nei fatti, le ho nominate in un articolo precedente (qui). La società è paradossale, quasi schizofrenica, verso l’infanzia; il singolo e l’ordine socio-culturale sono disconnessi tra loro:

«Ciò che qui voglio sottolineare è il capovolgimento delle referenze simboliche: dall’ordine sociale si passa alla persona: la famiglia è oggi legittimata essenzialmente per rapporto alla persona, alla sua funzione di personalizzazione, non per rispetto alla funzione che svolge per la collettività (la si chiami società, Stato o altro ancora). La funzione sociale è oggi rimossa come ieri si rimuoveva l’orientamento alla persona. Il bambino viene così esaltato come persona, mentre vanno in latenza le funzioni sociali della sua condizione umana e sociale. È questa la trappola in cui sono prese le nuove generazioni. Il problema del sentimento odierno della famiglia è legato al carattere indifferenziato di cui si fa carico. Per volere essere di più rischia di essere nulla. […] La cultura generazionale che gli attuali adulti hanno prodotto ha “consumato”, non creato, il tessuto sociale. L’eredità che questa generazione lascia ai propri figli è molto buona sotto il profilo del benessere materiale, ma drammatica sotto il profilo umano: bambini, ragazzi e giovani debbono ripartire, in tema di comportamenti demografici e familiari, da poco più del biologico. Dal punto di vista culturale, una intera generazione (adulta) sembra avere quasi “dissolto” la generazione (l’infanzia) che segue (Nicoli, Martino, 1986; Corradini, 1990). […] Si deve sapere perché l’appartenenza fa differenza. E non c’è differenza senza appartenenza» (Donati, 1997: 153-171).

Davvero difficile dire quale sia la strada giusta, ma sarebbe assurdo non tenere in considerazione questi aspetti, soprattutto quando si lavora in presa diretta con l’identità delle persone. O di quel che ne rimane.

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in totto, esclusivamente citando autrice e fonte (Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Bibliografia

Devereux Georges (2015), La rinuncia all’identità. Difesa contro l’annientamento. A cura di Alessandra Cerea, Sesto San Giovanni (MI), Mimesis edizioni.

Donati Pierpaolo (1997), Equità generazionale e nuova cittadinanza, in Ministero dell’interno, direzione generale dei servizi civili (a cura di), Politiche sociali per l’infanzia e l’adolescenza, Milano, Edizioni Unicopli.

Lazali Karima (2022), Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica della colonialità in Algeria, Pisa, Astarte.

McWilliams Nancy (2002), Il caso clinico. Dal colloquio alla diagnosi, Milano, Raffaello Cortina Editore.

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