Movimento multirazziale e identità miste

Il passing sta cambiando

Ora, ai giorni nostri, in virtù del declino della legislazione che l’ha generata, la motivazione al passing (vedere l’articolo precedente: Passing) si è affievolita[1] anche negli USA, ma permane come fenomeno guidato da questioni identitarie, più che opportunistiche, in entrambe le direzioni. In realtà, oggi la tendenza risulta maggiore verso il nero che verso il bianco, segnando un’inversione di rotta rispetto al passato. L’emergenza di nuove categorie, legittimate socialmente e riconosciute istituzionalmente, permette di rivendicare un’identità mista o multirazziale, e consente un nuovo riposizionamento tra le categorie stesse. Non è sempre semplice e indolore, però. Le persone con origini miste possono sentirsi sulla frontiera dei gruppi, o alla deriva in uno spazio indefinito e insicuro. Si sentono fasulle, soffrono della cosiddetta racial impostor syndrome, come possiamo leggere in tante testimonianze che si trovano in rete, come la seguente:

«Helen Seely is originally from California. She told us what it’s like for her to interact with different groups as a light-skinned biracial woman: “White people like to believe I’m Caucasian like them; I think it makes their life less complicated. But I don’t identify as 100% white, so there always comes a time in the conversation or relationship where I need to ‘out’ myself and tell them that I’m biracial. It’s a vulnerable experience, but it becomes even harder when I’m with black Americans. It may sound strange — and there are so many layers to this that are hard to unpack — but I think what it comes down to is: they have more of a claim to ‘blackness’ than I ever will and therefore have the power to tell me I don’t belong, I’m not enough, that I should stay on the white side of the identity line. You know that question we always get asked? ‘What are you?’ Well, I still don’t know. I’ve never had an answer that I can say with confidence; I still don’t know what I’m allowed to claim”» (https://www.npr.org/sections/codeswitch/2018/01/17/578386796/racial-impostor-syndrome-here-are-your-stories consultato il 26/09/2023).

identità miste e identità multirazziali

O ancora, una frase che sintetizza l’esperienza: «I exist and inhabit these white spaces, but my experience is not white» (ivi). Come sentirsi addosso un vestito scomodo, o ridicolo. Come se non sentirsi né l’una né l’altra cosa, in purezza, equivalesse a non essere nulla. Spesso si sentono chiedere di dove sono e di quali origini siano il prodotto; a volte, la percezione altrui cambia a seconda dei contesti e della geografia. Insomma, nel momento in cui l’autoidentificazione e l’eteroidentificazione non corrispondono, la domanda diventa: chi sono? «When you’re multiracial, people feel like they can pick your identity for you. They try to pin down your background like it’s a wine tasting tour – I’m detecting notes of Italian. Ooh ooh! Don’t tell me, just let me stare at you harder until I get it right» (https://www.refinery29.com/en-us/2019/05/232641/half-asian-biracial-personal-essay?fbclid=IwAR0mip7l_PxKiSzo-mVeDV_czw8WmNyoAPcW7VqsNhpqRoj-HjVr3flX0HY consultato il 26/09/2023). Sempre più spesso è la percentuale di bianchezza a creare problemi: «But somehow, I also feel like a fraud. I become very aware of my whiteness. […] I understood that my whiteness could nullify other parts of me» (ivi). Di fronte a origini complesse diventa più complessa anche la ricerca della propria identità, che rimane, in un certo senso, vincolata al dubbio altrui. «I’ve been pushed out of groups, and my membership questioned. People feel free to choose labels for me» (ivi).

 

Le parole per dirlo

Per definire gli individui con origini miste esistono, in vari luoghi, espressioni ad hoc. Alcune di loro hanno una valenza dispregiativa, che equivale al nostro “mezzosangue”[2]. Ad esempio, in Giappone, il termine hāfu, mezzo, designa le persone per metà giapponesi e le distingue dai gaijin, stranieri veri e propri (https://www.asahi.com/ajw/articles/14951714 consultato il 11/08/2024).

In altri contesti le parole utilizzate hanno subito uno slittamento dal significato negativo di “mezzo” a quello positivo di “doppio”, dalla frazione al multiplo. Scrive Akemi Johnson, che si definisce multirazziale, asioamericana:

«Like many multiracial Asian-Americans, I identify as hapa, a Hawaiian word for “part” that has spread beyond the islands to describe anyone who’s part Asian or Pacific Islander. […] It’s a term that explains who I am and connects me to others in an instant. It’s a term that creates a sense of community around similar life experiences and questions of identity. […] The word entered the Hawaiian language in the early 1800s, with the arrival of Christian missionaries who instituted a Hawaiian alphabet and developed curriculum for schools. Hapa is a transliteration of the English word “half,” but quickly came to mean “part,” combining with numbers to make fractions. (For example, hapalua is half. Hapaha is one-fourth) Hapa haole – part foreigner – came to mean a mix of Hawaiian and other, whether describing a mixed-race person, a fusion song, a bilingual Bible, or pidgin language itself. […] In Hawaii, a growing sovereignty movement maintains that the late 19th-century overthrow and annexation of the kingdom were illegal and the islands should again exercise some form of self-governance» (https://www.npr.org/sections/codeswitch/2016/08/08/487821049/who-gets-to-be-hapa consultato il 26/09/2023)[3].

Non posso non registrare, a questo punto, come in italiano non esista nessuna parola con questa accezione specifica. Non c’è un modo univoco e socialmente riconosciuto per descrivere chi ha un genitore italiano e uno straniero; il termine “mulatto” è in disuso e si riferiva esclusivamente a persone che sul continuum del colore non si collocavano né sul bianco né sul nero, presupponendo un genitore per parte. Nessuno ha mai chiamato mulatto un italocinese, per dire. Mi sono imbattuta nel termine “afropeo” (Gay, 2017; https://www.nigrizia.it/notizia/afropei-viaggio-nel-cuore-delleuropa-nera consultato il 12/08/2024), ma non mi risulta che sia un’espressione che ha preso piede. Il figlio minorenne di due stranieri rimane straniero, sia per il senso comune che per la legge, mentre il figlio di un italiano e uno straniero è italiano per la legge ma il senso comune non ha un nome per la sua doppia appartenenza, come se quel tipo di esperienza non esistesse, il che è probabilmente anche peggio.

In tutto questo, la stessa diffusione dei test autosomici del DNA, favorisce una visione delle origini come inevitabilmente multiple. A differenza dei test mitocondriali o di quelli relativi al cromosoma Y, i test autosomici danno infatti risultati in termini percentuali. Ampliando l’orizzonte oltre le generazioni di genitori e nonni giungiamo tutti, alla fine, con l’avere origini miste.

«The irony, given the long and ugly history of appealing to biology to fortify racial domination, is that the putative biological substrate of race, namely genetics, is readily understood in continuous and gradational terms, while race itself remain prevailingly understood in categorical terms – and understandably so, since race operates in and through practices of social classification and categorization» (Brubaker, 2016: 103).

 

Identificazione legittima o frode razziale?

Le possibili trasformazioni corporee (cosmetiche o chirurgiche) del colore e dei tratti assumono, in questa prospettiva e insieme alla performance culturale, il significato dell’espressione individuale. Rappresentano la manifestazione della propria identificazione, ma funzionano anche come alterazione della percezione altrui. In quest’ultima accezione esistono addirittura, su Wikipedia, veri e propri elenchi di “frodi razziali” perpetrate da impostori: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_impostors e https://en.wikipedia.org/wiki/Racial_misrepresentation, consultati il 15/07/2024. Lo stesso concetto di identità transrazziale, intesa come l’esperienza di «people who identify as a different race than the one they were born into» (https://en.wikipedia.org/wiki/Transracial_(identity), consultato il 15/07/2024), è fortemente osteggiato da parte della comunità delle famiglie formate dall’adozione transrazziale (tipicamente: bambini neri con genitori adottivi bianchi), che lo considerano una pericolosa appropriazione. Ma le stesse adozioni transrazziali sono state aspramente criticate:

«The most radical and consistent opposition has come from the National Association of Black Social Workers (NABSW). […] In testimony to a Senate commitee, the association’s president denounced the practice as “blatant form of race and cultural genocide”. Black children raised in white homes, according to other NABSW presidents, would develop “white psyches” or “European minds” or would otherwise have severe identity problems and be lost to the black community» (Brubaker, 2016: 18-19).

Di questa tipologia di adozioni, e delle problematiche ad essa associate, si occupa anche Amandine Gay (Gay, 2017); ne parla ad esempio qui: https://www.youtube.com/watch?v=Bcuhr-GMyKk. Anche Espérance Hakuzwimana Ripanti tratta questa tematica, affermando che «nell’Italia del 2023 non potrai mai proteggere tuo figlio o figlia nera, se non sei nero o nera anche tu»  (https://www.internazionale.it/essenziale/notizie/valentina-pigmei/2023/08/01/adozione-vita-adulta-testimonianze?fbclid=IwAR0hSzvVaMt6TVgG88s9S_41owa4XLtooK_OHDUgOoUCwhPqwwZmPBHVAPw_aem_AVp2U2H1m-VArt8o4SDIVMsV7n4tqk2sArhezPcwa5phynygaBETUWN6LDT5O70g0Gg consultato il 04/08/2023).

 

Le azioni affermative (affirmative action)

Tornando al passing, come dicevo poc’anzi il fenomeno contemporaneo si concretizza in una identificazione e in una presentazione di sé, che siano coerenti tra loro e orientate maggiormente verso tutto ciò che non è bianco. Al di là del significato che scelte simili incarnano, all’interno del panorama squisitamente occidentale che le produce, esiste un lato opportunistico della questione, rappresentato dall’affirmative action. Con questa espressione si intendono tutte quelle procedure volte a eliminare e prevenire le forme di discriminazione verso i candidati, che appartengono a gruppi minoritari o svantaggiati, a certe posizioni in ambito formativo e lavorativo. Possono contemplare sistemi di quote o finanziamenti speciali o ancora diversi criteri di selezione. La presenza di questi sistemi di compensazione ha portato però a innumerevoli casi di un loro uso spregiudicato o polemico. Molto noto è ad esempio il caso di Vijay Jojo Chokal-Ingam, che lo ha denunciato come sistema legalizzato di discriminazione razziale che penalizza soprattutto gli studenti asiatici, raccontando la sua storia di indoamericano passato per afroamericano per poter accedere agli studi in medicina: «Vijay the Indian American frat boy became Jojo the African American Affirmative Action Applicant» (https://almostblack.com/, consultato il 15/07/2024).

Insomma, siamo di fronte all’emergenza di nuove categorie ibride, associate a un vissuto certamente non scontato e spesso doloroso. Insieme alle categorie, emergono anche i modi di gestirle collettivamente. 

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Bibliografia

Brubaker Rogers (2016), Trans: gender and race in an age of unsettled identities, Princeton e Oxford, Princeton University Press.

 

Note

[1] «Triumphs of the Civil Rights Movement in the 1950s and 1960s, the institutionalization of affirmative action and equal opportunity in the workplace in 1970s and 1980s, the economic vitality of a surging black middle class, and seismic demographic shifts in the population over the past half century including the growing numbers of non-white immigrants from Asia, Latin American, and to a lesser extent, Africa, have permanently altered the white dominance.  These changes have, in turn, contributed to greater acceptance of intermarriage and pride in one’s biracial and multiethnic heritage.  It has also refocused social mobility in terms of class rather than race. In this new multiracial landscape passing as white loses much of its immediacy and relevance. […] White privilege has not suddenly and dramatically diminished in recent years.  Rather, economic and social circumstances have reduced the temptation for persons whose racial pedigree was ambiguous to deny or blur their racial heritage. Nearly forty years ago historian Nathan I. Huggins predicted the decline of passing in his short essay “Passing is Passé” when he succinctly opined that improved conditions fought for and won by blacks meant that the “insistence on race identity, race consciousness, race pride, and race beauty has made anachronistic the game of hide-and-seek, traditionally played by whites and blacks in America”» (https://www.blackpast.org/african-american-history/passing-passing-peculiarly-american-racial-tradition-approaches-irrelevance/ consultato il 17/12/2023).

[2] Faccio presente come il tema del passing (e della politica della purezza) sia presente anche nella fortunatissima saga di Harry Potter di J. K. Rowling, in cui esistono mudblood (versione dispregiativa di muggle-born wizard/nato babbano che letteralmente significa “sangue di fango” e che è stato impropriamente tradotto in italiano con mezzosangue) che cercano di passare per half-blood e half-blood che cercano di passare per pure-blood, in un sistema gerarchico ben definito con tanto di censimento https://harrypotter.fandom.com/it/wiki/Mezzosangue#:~:text=Entrambi%20i%20termini%20Mudblood%20e,stesso%20termine%2C%20%E2%80%9CMezzosangue%E2%80%9D. consultato il 11/08/2024).

[3] Le Hawaii hanno rappresentato, per molti asioamericani continentali, una sorta di paradiso multirazziale (un po’ come il Brasile) in cui sentirsi a proprio agio. Il termine hapa riferito a persone con origini miste asiatiche, in particolare nippo-americane, viene però ritenuto dagli hawaiani come un’appropriazione culturale, una sottrazione del loro patrimonio che rispecchia l’espropriazione coloniale della terra subita dai loro antenati (https://consciousstyleguide.com/hapa-cultural-appropriation-multiracial-asian-americans/ consultato il 26/09/2023).

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