Passing

Cos’è, esattamente, che consente di riconoscersi ed essere riconosciuti come facenti parte di qualcosa? Questa domanda mi sembra attuale più che mai. Scrive il sociologo Rogers Brubaker:

«Here, challenges to estabilished categories have been spectacular, as indicated by the stunningly rapid shift toward social and legal recognition of gay marriage, the mainstreaming of transgender options and identities, and the gathering challenges to the binary regime of sex itself. But racial and ethnic categories have also been profoundly unsettled: by demands for the recognition of multiracial identities, by the increasing fluidity and fragmentation of the ethnoracial landscape, and by the proliferation of crossover form of racial identification» (Brubaker, 2016: 5).

Cosa significa, esattamente, essere riconosciuti come appartenenti a un gruppo? Quali sono le qualità che consentono l’appartenenza?

passing e one drop rule negli USA

 

Il passing e la one drop rule negli USA

Con il termine passing si intende l’azione di “passare per” membro di un determinato gruppo sociale, che sia etnico, religioso, di classe o altro. La sua funzione può essere legata alla sopravvivenza, per far fronte allo stigma o al rischio di appartenere a un gruppo minoritario/discriminato/perseguitato o per usufruire dei vantaggi associati al gruppo prescelto. In particolare, è stato utilizzato negli Stati Uniti per indicare le persone con origini miste che, per aggirare la segregazione razziale, passavano per bianche e venivano assimilate come tali. Negli USA schiavisti e post-schiavisti, infatti, la linea del colore che divideva la società era ben delineata e formalmente invalicabile, poiché le unioni sessuali miste avrebbero potuto mettere in discussione la struttura dominante; allo stesso tempo erano incentivati gli stupri delle schiave. In seguito, è valsa la regola denominata one drop rule, secondo la quale bastava un solo ascendente afroamericano, una goccia di sangue nero appunto, per essere classificati come neri. Secondo il principio della ipodiscendenza, i figli delle coppie miste venivano categorizzati come appartenenti al gruppo sociale subordinato, indipendentemente dal fenotipo. Questa regola ha ridefinito come “nero” tutte le categorie intermedie in uso nel censo fino al 1930 (Brubaker, 2016: 104), che consideravano nero chi aveva i 3/4 degli ascendenti neri, mulatto chi ne aveva dai 3/8 ai 5/8, quadroon chi ne aveva 1/4, octoroon chi ne aveva 1/8. 

 

La classificazione razziale ha prodotto il passing

In una sorta di mitologia antieuropea, nel senso di antiaristocratica, la classificazione razziale e il razzismo del nuovo continente, che seguivano e seguono regole definite[1], hanno assolto il compito di riprodurre, sotto mentite spoglie, gli sviluppi nobiliari del vecchio continente (Casalini, 2016: 590-591).

«Decidere chi poteva essere incluso tra i bianchi era cruciale, visti i privilegi giuridici, economici e sociali che la bianchezza portava con sé: dopo la fine della guerra civile, la whiteness divenne l’unica vera “proprietà” necessaria per essere cittadini della repubblica americana. La bianchezza venne trasformata dal sistema Jim Crow in un inalienabile “status property” in base al quale si decideva l’inclusione o l’esclusione dai diritti di cittadinanza» (ivi).

Nonostante la rigidità di questa struttura basata sulla one drop rule, o proprio a causa di essa, la linea del colore era piuttosto permeabile e il suo attraversamento era diffuso. Esistevano passing parziali, di tipo professionale (il cosiddetto nine-to-five passing), o transitori, di tipo trasgressivo e sovversivo, o definitivi.

 

Storie dalla morale tragica

In quest’ultimo caso soprattutto, ma non solo, le storie raccontano di un costo emotivo e psicologico molto impegnativo (Wilcox McLeod, 1960; Hall, 2021), associato all’abbandono e tradimento delle proprie origini, al senso di inautenticità e al terrore di essere scoperti con la possibile nascita di figli del colore sbagliato: «there is so high an emotional toll (isolation, paranoia, guilt, self-hate, fear of being outed, etc.» (https://www.blackpast.org/african-american-history/passing-passing-peculiarly-american-racial-tradition-approaches-irrelevance/ consultato il 17/12/2023). Scrive ad esempio Kelly McWilliams, una donna birazziale dalla pelle chiara, che si è dichiarata bianca quando in ospedale stava per partorire:

 «It has always been important to me to practice anti-passing, to fight the intimate battles that a white-passing person can, because I benefit so immensely, and so unfairly, from the privilege of my racial ambiguity […] but it’s so difficult, in a human moment of anxiety and pain, to tell the past from the present. It all bleeds together, because it was never separate. The past, as they say, isn’t even past. For Black people, with chattel slavery behind us, that’s a powerful truth. […] Our bodies remember the brutality of our past – especially when we are afraid, and especially when we are dealing with an institution (a hospital, a school, a police station) that continues to perpetuate systemic racism. This is intergenerational trauma, and it comes for light and dark alike. […] Giving up the very spirit that’s carried you through a racist world, even for a second, is a devastating loss. People say, Passing is a sin. […] I’ll be reckoning with that, in some way or another, until the day I die. But I do hope, at least, for the sake of my mental health, that I will never pass for white again» (https://time.com/6116209/passing-for-white/ consultato il 26/08/2023).

Insomma, dai finali tragici o comunque con ricerca di redenzione si deduce la morale: non c’è lieto fine per chi passa. 

La “migrazione razziale” ha dunque una lunga storia negli Stati Uniti, dove si è generalmente mossa verso la categoria di maggior privilegio. Ciò nonostante, non mancano evidenze storiche di donne bianche che sono passate alla nerezza per aggirare le leggi sulle unioni miste; con la one drop rule era infatti possibile per loro dichiararsi nere con un ampio intervallo fenotipico. Inoltre, molte sono le storie famose di «voluntary Negro […] black environmentally, psychologically, culturally, emotionally, and intellectually» (Brubaker, 2016: 87-88) in cui però non è previsto il passing, ma un’assimilazione nella vita della comunità nera. Esistono poi le storie americane dei portoghesi e degli irlandesi, a loro volta passati attraverso una sorta di processo di “bianchizzazione” in quanto non WASP (White Anglo Saxon Protestant), ma questa è un’altra storia.

 

E in Italia?

Fenomeno quindi profondamente radicato nella storia afroamericana[2], la questione del passing ci è, come italiani, pressoché estranea. Senza generalizzare eccessivamente, direi però che secondo il nostro senso comune è esclusivamente il fenotipo (carnagione, tratti, capelli) ad informarci del “colore” di qualcuno. Molte persone che altrove verrebbero riconosciute come nere (negli USA) o pardas (in Brasile) in Italia vengono definite persone bianche dalla carnagione olivastra (o espressioni simili) oppure sono identificate, se si presuppone l’origine straniera, come nordafricane (a prescindere dalla reale provenienza), marocchine per sineddoche. Sarà che in Europa la schiavitù interna fu smantellata nel X secolo, mentre in America il sistema schiavista si protrasse fino al XIX secolo (USA 1865, Brasile 1888; la segregazione razziale dell’Apartheid durò in Sudafrica fino al 1993). Sarà che l’Italia fu meno coinvolta nel commercio degli schiavi africani verso l’America a partire dal XVI secolo, rispetto ad altri paesi come Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia e Olanda. Sarà che la storia della migrazione verso l’Italia ha caratteristiche diverse rispetto a quelle conosciute da altri paesi; come diversa è anche la storia coloniale, pure presente e disconosciuta (Fabbri, 2021).

Senza nessun intento autoassolutorio e dando per assodato che tutti gli imperi, occidentalisti e non, si basano su sistemi di classificazione razziale e forme di razzismo, ritengo che sia però importante riconoscere le peculiarità dei contesti e non omologare necessariamente le riflessioni teoriche. Il modello di discriminazione presente in Italia è, se non di un ordine di grandezza inferiore, senz’altro di qualità differente rispetto ad altri contesti, soprattutto d’oltreoceano. Credo, basandomi sulla mia esperienza nell’ambiente in cui sono crescita, che in passato sia stata per lo più orientata verso l’essere straniero/forestiero[3] piuttosto che verso l’essere nero (le due cose coincidono solo in tempi tutto sommato recenti)[4], come nella migrazione dall’Est in generale e dei rom in particolare, o a quella interna dal Sud al Nord. Sta di fatto che tutti questi fattori, o forse altri che non ho considerato, hanno reso insensata la logica stessa del passing, in questo contesto. Inoltre, come scritto poco fa, una persona fenotipicamente bianca è già (considerata) bianca, non c’è alcun bisogno di passare per bianca. Insomma, credo che abbiamo una sensibilità al colore sostanzialmente differente da quella sentitamente strutturale in America. O forse questa è solo la mia lettura personale.

 

Un esempio nella letteratura

Di passing parla un film con questo titolo (Hall, 2021) tratto da un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1929 (Larsen, 2020). La storia raccontata è quella di due donne nere abbastanza chiare di carnagione da poter passare per bianche. Delle due, una passa la linea del colore soltanto per togliersi qualche sfizio, come prendersi un tè in locali eleganti che altrimenti le sarebbero preclusi, ma vive a pieno la sua famiglia e la comunità nera. L’altra invece ha oltrepassato la linea che divide la società newyorkese degli anni Venti una volta per tutte, sposando un uomo bianco, per giunta razzista, che ignora le sue origini. La trama sviluppa le relazioni che si intrecciano tra le due donne e tra i due mondi.

Segue in Movimento multirazziale e identità miste.

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e titolo

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] «Negli Stati Uniti il colore è presente sia nel certificato di nascita che in quello di morte. Fino al 1989 le categorie utilizzate erano: white, black, American Indian, Hawaiian, Filipino, Japonese, Chinese, e other Asian; il colore del neonato veniva assegnato con i seguenti criteri: se figlio di genitori entrambi bianchi, bianco; se solo un genitore era bianco, il figlio prendeva il colore del genitore non bianco; quando i genitori erano entrambi non bianchi il figlio prendeva il colore del padre. Dopo il 1989, il colore del figlio prende il colore della madre, e le categorie usate sono: white, black, Asian or Pacific Islanders, American Indian or Alaskan Native, Hispanic. Nel certificato di morte, si prevede che l’assegnazione del colore sia fatta in base a quanto affermato dal parente più vicino (Williams, 1997; Hahn, 1999)» (Ribeiro Corossacz, 2004: 56).

[2] Per una carrellata su letteratura e cinema che ne trattano: https://www.blackpast.org/african-american-history/passing-passing-peculiarly-american-racial-tradition-approaches-irrelevance/ consultato il 17/12/2023.

[3] Distinguo i due termini perché il secondo ha una valenza, almeno nella realtà dove vivo, differente: in questa terra storicamente di contrabbando con la Svizzera,  forestee è anche solo chi viene dalla provincia vicina, chi non conosce il luogo e il dialetto, chi è di passaggio. Oppure qualcuno per il quale i locali non sanno rispondere alla domanda “l’è ol bagai/la tusa de ce?” (chi sono i suoi? Letteralmente: è il figlio/la figlia di chi?). Come testimoniato (in un bel documentario proiettato al Museo Barca Lariana di Pianello del Lario) da un anziano che a dieci anni si unì ai contrabbandieri, i van de sfroos, se in paese arrivava una faccia sconosciuta tutti sapevano che era la Finanza, allora nessuno sapeva niente né conosceva nessuno.

[4] Nella mia esperienza personale, per quello che può valere come esempio, non ci sono mai stati compagni di classe (anzi, di scuola) di colore, in nessun grado di istruzione. Il pregiudizio era rivolto principalmente a chi arrivava dal Sud (per decenni chiamato terù).

 

Bibliografia

Brubaker Rogers (2016), Trans: gender and race in an age of unsettled identities, Princeton e Oxford, Princeton University Press.

Casalini Brunella (2006), Costruzione della nazione e “riproduzione della razza” negli Stati Uniti d’America, “Iride, Filosofia e discussione pubblica”, 3/2006, pp. 589-600, doi: 10.1414/23641.

Fabbri Giulia (2021), La Produzione Teorica Su Razza e Razzismo Dal 1990 a Oggi. Una Panoramica Sul Caso Italiano, “Novecento Transnazionale. Letterature, Arti E Culture, 5(2), pp. 189-212, doi:10.13133/2532-1994/16772.

Larsen Nella (2020), Due donne. Passing, Milano, Frassinelli (ed. or. 1929).

 

Filmografia

Hall Rebecca (2021), Passing, USA.

Wilcox McLeod Fred (1960), I passed for white, USA.

 

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