Transgenderismo e transrazzialismo – seconda parte

… segue dalla prima parte

Cosa significa passare?

Negli ambienti transgender si usa il termine “passare” per indicare l’atto di essere scambiati per appartenenti al genere di elezione, diverso dal sesso biologico, e non essere quindi riconosciuti come trans. Di una persona MtF, ad esempio, si dirà che “passa bene” se nessuno si accorge che si tratta di un uomo biologico che ha transizionato, e viceversa per una persona FtM. Secondo la logica trans, è il corpo ad essere sbagliato perché non corrisponde all’intima percezione di sé, all’autentica identità di genere. Questo non sembra valere per il passing della linea del colore, di cui ho parlato precedentemente (vedere qui).

«But passing is not understood as changing one’s race; it is understood as getting others to misperceive that race. And while passing might be justified as a response to oppression, Dolezal’s “reverse passing” was condemned for appropriating a culture, history, and social position that legitimately belonged to others» (Brubaker, 2016: 7-8).

Il furto di identità, l’appropriazione della condizione di donna (fatta dell’esperienza personale e collettiva di essere nata femmina, ma anche di spazi e di sport) è esattamente la lettura data dalle femministe lesbiche all’esperienza MtF, nel momento in cui le donne trans non rivendicano diritti e spazi per sé ma occupano quelli di un altro gruppo, quello delle donne (Franceschini et al., 2021: 90). A differenza delle posizioni critiche di lesbiche, femministe radicali, conservatori e cristiani, insieme ad alcuni transessuali e omosessuali, l’opinione che almeno apparentemente va per la maggiore è un’altra: si può (è possibile tecnicamente ed è consentito, dalla morale e dalla legge) cambiare sesso ma non si può (in nessun senso) cambiare razza.

 

La comparazione tra genere e razza

Tornando a Brubaker, che analizza il panorama del dibattito sulla comparazione tra genere e razza, il sociologo propone tra questi un parallelismo su tre livelli (Brubaker, 2016: 72-73). Il primo, chiamato trans of migration, riguarda le esperienze di cambiamento/movimento da un punto a un altro, con trasformazioni ormonali e chirurgiche del corpo o con il passing razziale. Il secondo, trans of between, interessa chi rivendica il non appartenere interamente a nessuna categoria, come nell’androginia, nella bisessualità o nel movimento multirazziale. Il terzo, trans of beyond, si riferisce al trascendimento e rifiuto delle categorie stesse, su entrambi i fronti.

Inoltre individua quattro sostanziali possibilità di posizionamento, formate dalla composizione tra volontarismo ed essenzialismo: gli essenzialisti sostengono che le identità di genere e razza (noi chiameremmo la seconda etnica?) siano dati di natura e come tali non possano essere cambiate, mentre i volontaristi sostengono al contrario che possano essere cambiate entrambe. Dalla loro combinazione emerge la variante più diffusa, quella che abbina il volontarismo sul genere con l’essenzialismo sulla razza. La posizione inversa, quella che combina il volontarismo sulla razza con l’essenzialismo sul genere, risulta senza rappresentanti nel dibattito pubblico: secondo l’autore nessuno sostiene che si possa cambiare razza ma non genere.

Sottolineo, per chiarezza, che c’è una continua confusione tra i concetti di sesso e genere, che rende il discorso estremamente contraddittorio, sia nel testo in questione che negli articoli di stampa. In italiano si parla di “transizione di genere”, ma anche di “cambio di sesso” e “riassegnazione del sesso” come conseguenza della “disforia di genere”, in un continuo slittamento semantico tra corporeo/biologico e sociale/culturale. In inglese, come già detto, il termine gender ha inglobato entrambi i significati ma non risolto l’ambiguità, poiché contiene contemporaneamente i concetti di sesso e di genere e, per quest’ultimo, i significati di costrutto sociale imposto con cui identificarsi o meno, ma anche senso innato – soggettivo e oggettivo insieme – di sé (qualsiasi cosa voglia dire). Personalmente trovo l’uso attuale del termine genere dialetticamente inutilizzabile per la sua equivocità e penso che sia la causa della debolezza filosofica delle teorie queer[1].

comparazione tra genere e razza

 

La posizione del volontarismo sul genere

Il volontarismo sul genere pone dunque l’attenzione su scelta e autodeterminazione, anche se il nucleo identitario (soggettivo) viene pensato come non scelto e innato (oggettivo); il fatto che l’identità di genere venga considerata, come l’orientamento sessuale, involontaria e innata, non sembra contrapporsi al grande tema della scelta. La volontà starebbe nel far coincidere l’autentica e profonda identità personale con la presentazione di sé e l’identità sociale, erroneamente assegnata alla nascita: «gender identity is at once subjective and objective. It is defined by one’s subjective “sense of self”, but that sense of self is understood as grounded in some objective – if at present still unknown – aspect of one’s biological being» (ivi, pag. 36). L’oggettività della razza sembra invece sovraindividuale, dal momento che riguarda aspetti biogenetici, ancestrali, sociali e storici; un tipo di oggettività che sembra pesare molto, nonostante le differenze biologiche siano irrilevanti in termini di specie, rispetto a quelle esistenti tra maschi e femmine.

«Subjectivity is constitutive of gender: the “truth” of gender is found in the innermost feelings of an individual, and those feelings must be recognized and respected. But as many commentators emphasized, how one feels about race is irrelevant.  Subjectivity is understood as an expression of racial identity, not as its ground. […] Passing, on the objectivist understanding of race, does not involve changing one’s race; it involves successfully pretending to be something one is not» (ivi, pagg. 37-38).

È evidente come le categorie abbiano perso la loro autoevidenza e la naturalezza del senso comune e siano diventate oggetto di dibattito. Sono fragili e instabili. Come la normalizzazione dell’omosessualità e del transgenderismo, insieme alla diffusione di pratiche familiari e genitoriali alternative, hanno messo in discussione la norma sociale rispetto alla sessualità, ugualmente l’aumento di movimenti migratori e di matrimoni misti ha fatto saltare il binario bianco/nero.

«Diversifying immigration patterns, rising intermarriage rates, and the mixed race movement have powerfully disrupted the black-white binary around which race was historically organized. […] (These forces are engendering, N.d.A.) a “new racial order”, characterized by weaker boundaries between groups, greater heterogeneity within groups, shifting relative positions of groups, and more fluid and contextually varying racial identification. Also evident is the cultural and psychological devaluation of whiteness in certain contests. […] (Black culture or a Native American identification can offer an, N.d.A.) alternative to a white identity experienced by some as culturally and spiritually “empty” »  (ivi, pag. 48)[2].

 

È il fascino della trasgressione, bellezza

Mi domando se lo stesso tipo di attrattiva, coinvolta nel fascino che la cultura nera esercita sui giovani bianchi, non sia attinente anche alla fascinazione delle persone di sinistra verso il transgenderismo o il transfemminismo, considerati come ultimo baluardo trasgressivo. Allo stesso modo, forse, una simile attrattiva riguarda, nella opprimente e onnipresente narrativa sulla mascolinità tossica, anche gli uomini (le donne trans) che reclamano la loro appartenenza al mondo femminile, come pure il desiderio di disabilità nella condizione denominata BIID (acronimo che sta per Body Integrity Identity Disorder, Disturbo dell’identità dell’integrità corporea, di cui mi occupo qui). Come dice Arianna Porcelli Safonov in un suo video satirico sulla discriminazione della gente normale: «Per noi normali del cazzo è finita!» (visionabile qui: https://www.youtube.com/watch?v=DU-KuK8dBQI). Ad ogni modo, l’autoidentificazione è ora una faccenda più complessa, fluida e frammentata, meno stabile. Sesso/genere da una parte e razza/etnia dall’altra sono diventati luoghi sensibili alla scelta e all’autotrasformazione[3], come frutto della logica post-moderna:

«Rhetorics and practices of choice and self-transformation have been central to Western modernity. They have structural roots in the erosion of older forms of social organization based on ascribed identities and inherited statuses. They have cultural roots in powerful ideals of individualism, dignity, autonomy, and self-realization (and, especially in the United States, in the myth of the “self-made man” and the tradition of self-reinvention). And they have political roots in liberalism and feminism: classical liberalism was built on the ideal of individual autonomy, while feminism has asserted women’s “right to chose” how to live their lives, especially in the domains of sex and reproduction»  (ivi, pag. 50).

Per concludere: transgenderismo e transfemminismo sono in linea con lo spirito del tempo e frutti di esso.

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] Similmente, mi pare che esista lo stesso problema con la parola razza, in un continuo slittamento di significati. Lo vedremo meglio in altri scritti.

[2] A questo è proposito, riporto come nella maggior parte dei testi che ho letto in inglese sull’argomento, Black è quasi sempre maiuscolo, mentre white rimane minuscolo. Ciò sottintende da una parte il fatto che white sia solo un colore mentre Black sia l’identità collettiva, legata all’esperienza della nerezza. Dall’altra, è in linea con il fatto che la bianchezza sia normalizzata (https://edition.cnn.com/2020/08/18/opinions/american-culture-and-race-ford/index.html consultato il 11/08/2024) e quindi non venga nominata come ascendenza. Come dire: ci sono gli Americans, senza nessuna specificazione, che sono bianchi di origine europea, e poi ci sono gli Afro-americans, che sono neri di origine africana. Ed entrambi, ovviamente, stanno in Nord America.

[3] Dal 2014 circa ha acquisito legittimità giuridica, in diversi paesi del mondo, la cosiddetta self-id, per cui è possibile il cambio di nome e sesso sui documenti ufficiali semplicemente con un’autodichiarazione, senza la necessità di sottoporsi ad alcuna procedura medica (né chirurgica né ormonale). Ci si può dichiarare donna anche con barba e pene, e viceversa. Uso la parola sesso perché è questa la dicitura che troviamo sulla carta d’identità e che può essere modificata. Per un esempio italiano recente: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2023/07/16/tribunaleok-cambio-nome-transgender-anche-se-non-si-opera_89c8cef8-dced-47bb-a247-a6a0cbc18534.html#:~:text=Dallo%20scorso%206%20luglio%20si,e%20senza%20alcuna%20terapia%20ormonale. consultato il 07/07/2024.

 

Bibliografia

Brubaker Rogers (2016), Trans: gender and race in an age of unsettled identities, Princeton e Oxford, Princeton University Press.

Davis Jenny L. (2012), Narrative Construction of a Ruptured Self: Stories of Transability on Transabled.org, “Sociological Perspectives”, 55(2), pp. 319-340, doi: 10.1525/sop.2012.55.2.319.

Fabbri Giulia (2021), La Produzione Teorica Su Razza e Razzismo Dal 1990 a Oggi. Una Panoramica Sul Caso Italiano, “Novecento Transnazionale. Letterature, Arti E Culture, 5(2), pp. 189-212, doi:10.13133/2532-1994/16772.

Franceschini Flavia, Giansiracusa Lucia, Gramolini Cristina, Zaltieri Pirola Stella, Zenobi Sabina (2021), Noi, le lesbiche. Preferenza femminile e critica al transfemminismo, Milano, Il Dito e La Luna Edizioni.

Panari Chiara (2008), Le famiglie interculturali: identità, dinamiche familiari e sociali, Parma, Università di Parma, Facoltà di Psicologia.

Rothblatt Martine (2011), From transgender to transhuman. A manifesto on the freedom of form, USA, Martine Rothblatt.

Viveiros de Castro Eduardo (2017), Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale, Verona, Ombre Corte.

 

Filmografia

Walsh Matt (2022), What is a woman?, USA.

Lascia un commento