Transizioni adottive

«La naissance des étoiles est un fruit interdit»

(Yndi Ferreira Da Silva, Novo mundo, 2021)

Come abbiamo visto in articoli precedenti (vedere qui e qui), il vissuto trans può essere una chiave di lettura utile per riflettere sulle questioni identitarie legate all’appartenenza etnica. Oltre a ciò, può fornire un’interessante prospettiva su un altro tipo di transizioni, quelle adottive. L’adozione produce, a tutti gli effetti, una nuova identità; nei casi di adozione internazionale la nuova identità è accompagnata da una migrazione, spesso transcontinentale e, nella maggior parte dei casi, anche da un cambio di classe economica. Attraverso una procedura di per sé traumatica, una vera e propria doppia cattura (Dekens, 2013), l’identità e la filiazione precedenti vengono cancellate; i legami vengono sciolti. Questa esperienza tanto particolare, con problematiche di affiliazione uniche, rimane ancora un terreno in gran parte inesplorato, dal punto di vista clinico. Per questo motivo appare interessante e opportuno pensare ad essa attraverso un paradigma della costruzione identitaria che si basa sulla teoria della metamorfosi umana.

«A l’heure de la mondialité, nous proposons de penser la modernité identitaire des adoptés, personnes fabriquées à partir d’un ‘déjà-là’, comme un processus psychocorporel de métamorphose, et l’adoption comme une initiation de l’enfant en fils/fille de ses parents adoptifs. L’effacement de la filiation d’origine, son remplacement par une néo-filiation, la migration empreinte de frayeur, le passage du monde de la carence affective à un débordement, sont autant d’effractions agissant comme une contrainte à la métamorphose, à la réinvention de soi, induite par une intentionnalité externe (même si l’enfant peut adhérer au projet), motivée par un désir parental, autorisée et organisée par les États. La dimension traumatique de l’adoption internationale tend à produire un temps zéro dans la vie de l’enfant à partir duquel se constituent un ‘avant’ et un ‘après’, ainsi que des effets de déculturation et de désaffiliation, qui sont pensés comme autant d’étapes nécessaires pour créer les conditions favorables d’accueil d’une nouvelle filiation, une nouvelle culture, une nouvelle famille» (ivi).

 

Le identità metamorfiche

Questa idea si basa sul lavoro che Françoise Sironi ha condotto con persone transessuali e che l’ha portata a formulare una pratica clinica che consideri le identità trans come delle identità metamorfiche.

«Dans la modernité, où toutes les transformations de soi fonctionnent majoritairement sur le mode pédagogique (à savoir les règles sont connues avant le changement) et non plus initiatique (les règles sont connues après le changement), ces expériences ne sont plus explicitement organisées et pensées conformément à un processus de re-naissance, ou de seconde naissance. C’est pourtant ce que disent et vivent très souvent les personnes transsexuelles, eu égard au processus de transition» (Sironi, 2011).

Yndi Ferreira da Silva, che apre questo articolo con il primo verso del suo brano Novo Mundo, è una cantautrice trans (Dream Koala il nome d’arte prima della transizione) franco-brasiliana (nata in Francia da genitori brasiliani). Seguire la sua evoluzione musicale, collocandola lungo la storia di vita, è interessantissimo. Come Dream Koala, prima a Parigi e poi a Berlino, la sua musica elettronica cantata in inglese attraversava una dimensione un po’ onirica e un po’ malinconica di “altrove”. Come Yndi, la sua musica dalle sonorità che utilizzano strumenti caraibici e con testi che mischiano francese e portoghese, segna una sorta di riconnessione transoceanica. Come se, per riconnettersi al suo passato transgenerazionale (Africa→America→Europa) o all’universo parallelo della vita-di-là non vissuta, avesse avuto bisogno di oltrepassare in prima persona un altro confine. L’identità trans- la inscrive a pieno titolo nella linea di genitori (migrati dal Brasile alla Francia) e antenati (deportati dall’Africa all’America)? Nel brano citato si parla esplicitamente di un’altra vita vissuta, un altro lato esperito prima di morire e rinascere. L’altrove è, per così dire, estinto sotto una pioggia di meteoriti; poi è un nuovo giorno, un nuovo mondo.

«L’identité de genre peut être fortement influencée par des expériences psychologiques (traumatismes psychiques de l’enfance liés à la maltraitance, à l’inceste,…), relationnels et familiales (inversion des polarités de genre dans le couple parental), psycho-politiques et culturelles (expériences de métissage culturel et d’acculturations). L’identité de genre peut être mouvante, ou fortement enkystée. Tel le poisson qui n’a pas conscience de l’eau, elle n’est pas un “problème, ou un questionnement, chez qui a vécu un parcours identitaire, social, culturel, stable et constant. Pour continuer la métaphore, le “poisson a conscience de l’eau” quand il est sorti du bocal, quand le moule originaire est cassé, changé, ou lorsqu’il est multiple. En ce sens, la question transsexuelle et transgenre est éminemment moderne. Elle nous permet aussi de penser la multiplicité et les expériences identitaires contemporaines, à l’heure de la mondialité, des migrations planétaires et de la généralisation des métissages culturels. […] dimension culturelle et psycho-politique de la transsexualité. […] La condition d’existence de la question transsexuelle n’est pas neutre, n’est pas culture-free» (Sironi, 2011).

 

L’esperienza adottiva dalla prospettiva della metamorfosi transessuale

Dekens propone dunque di utilizzare la metamorfosi (transessuale) come chiave di lettura per l’esperienza adottiva, sia per la dimensione intrinsecamente traumatico-trasformativa, sia per le peculiari relazioni tra il prima e il dopo. Da questa visuale, il bambino delle origini, con la sua identità pre-adottiva, corrisponde alla vita e all’identità pre-transizione; mentre il bambino figlio dei genitori adottivi corrisponde alla vita e all’identità post-transizione. I tentativi sono spesso quelli di cancellare efficacemente il bambino delle origini, associato all’abbandono. Come se, in presenza del bambino delle origini, la credibilità della finzione giuridica vacillasse spaventosamente.

«Sans parvenir à complètement effacer l’enfant de l’origine, il arrive alors à l’adopté de se sentir double, comme si deux personnes cohabitaient en un seul corps, l’enfant de l’origine toujours présent et l’enfant adopté. Il fait alors face à un questionnement identitaire profond, se demandant laquelle des deux personnes il est ‘réellement’. […] Dans ce contexte, les questions d’authenticité et de vérité prennent une importance particulière dans la vie des personnes adoptées, qui ont fréquemment l’impression de ne pas être ‘elles-mêmes’» (Dekens, 2013).

L’adozione mette in scacco la propria identità su tutti i livelli.

«Il sentimento di identità è il risultato di un processo di interazione continua tra tre vincoli di integrazione: spaziale, temporale e sociale. […] Il vincolo di integrazione spaziale implica la relazione fra le diverse parti del Sé, compreso il Sé corporeo, mantiene la coesione rendendo possibile il confronto con gli oggetti, favorisce la differenziazione Sé-non Sé, e cioè, il sentimento di “individuazione”. Il vincolo di integrazione temporale unisce le diverse rappresentazioni del Sé nel tempo, stabilendo tra di loro una continuità e creando la base al sentimento di “essere se stessi”. Il vincolo di integrazione sociale implica i rapporti tra aspetti del Sé e quelli degli oggetti, che si stabiliscono attraverso i meccanismi di identificazione proiettiva e introiettiva e rendono possibile il sentimento di “appartenenza”. Se per maggiore chiarezza abbiamo descritto separatamente i tre vincoli, è evidente che essi agiscono simultaneamente e interagiscono tra loro» (Grinberg, Grinberg, 1990: 134-136).

identità metamorfica di Françoise Sironi e adozioneLa conflittualità, nel caso dell’adozione, riguarda principalmente l’incompatibilità dell’immagine di sé come scarto, rifiuto abbandonato, e l’immagine di sé come realizzazione di un desiderio e di un bisogno di genitorialità per cui magari sentire di dover essere eternamente grati (Ferritti, 2019). Il risultato è una sorta di disconnessione.

«Nel periodo immediatamente successivo a un’emigrazione si verificano in genere stati di disorganizzazione, più o meno profonda, durante i quali possono riattivarsi nel nuovo venuto ansie molto primitive che lo mettono in uno stato di panico, come la paura di essere “divorato” dalla nuova cultura o di essere “fatto a pezzi”. Questi vissuti possono derivare dal conflitto tra il desiderio di confondersi con gli altri per non sentirsi emarginato e “diverso”, e il desiderio di distinguersi per continuare a sentirsi “se stesso”. È un conflitto che, per l’intrecciarsi dei due desideri, dei due sentimenti contrapposti e delle due culture, può causare momenti di confusione oppure momenti di depersonalizzazione o di derealizzazione» (Grinberg, Grinberg, 1990: 136).

Nell’adozione questo conflitto, tra il passare e il non passare, è incessantemente attualizzato; la questione identitaria rimane all’ordine del giorno. Dekens rileva come il bambino delle origini venga continuamente riportato in superficie attraverso la diversità corporea, il colore della pelle, che mette in discussione la nuova filiazione e l’appartenenza (alla famiglia e al luogo). Ma cosa succede se invece il corpo, il colore della pelle, non tradisce la presenza di nessun bambino delle origini? Come manifesterà la sua presenza, la sua sopravvivenza, la sua recalcitranza ad essere cancellato, se non ha a disposizione l’alterità corporea?

Secondo Dekens è effettivamente il vincolo di esclusività, che cancella il prima per solidificare il dopo, a creare problemi: «c’est bien l’attente d’exclusivité affective de la part des parents, induite par l’exclusivité juridique de l’adoption plénière, qu’il faut parvenir à déconstruire» (Dekens, 2013).

«La logique traumatique est une logique de métamorphose en ce sens qu’elle génère une césure entre un avant et un après, un temps zéro de l’existence, et interroge alors le devenir de l’identité, contrainte de se transformer. […] L’organisation cyclique de l’existence des personnes adoptées reflète la difficulté de se sentir ‘à sa place’ dans un seul espace, comme si l’unicité enfermait et simplifiait trop ces êtres multiples, qui passent leur temps à essayer d’échapper aux réductions identitaires, devenant au passage des adeptes de l’évitement et de la disparition» (Dekens, 2013).

La sparizione è forse un nucleo ricorrente nei vissuti adottivi e può essere, in un certo senso, un’arte. Nel film  Retour À Séoul (Chou, 2022) la protagonista, nata in Corea del Sud e adottata in Francia, dice gelidamente al compagno che potrebbe farlo scomparire con uno schiocco di dita. «Dans un psychisme où perdurent des antagonismes entre les différentes strates de l’identité, l’organisation cyclique de l’existence permet de faire vivre en alternance enfant adopté et enfant abandonné» (Dekens, 2013). L’obiettivo terapeutico deve dunque essere quello di risolvere il conflitto tra le varie parti di sé e di tenere insieme la molteplicità[1].

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] Tutta intera è anche il titolo del libro di Espérance Hakuzwimana Ripanti. Lo presenta qui:  https://www.youtube.com/watch?v=iNf-M2nqrjg&t=464s.

 

Bibliografia

Dekens Sandrine (2013), L’enfant adopté comme passeur de mondes, in Claude Mesmin, Philippe Wallon (a cura di), Regards croisés sur les familles venues d’ailleurs, Paris, Ed. Fabert.

Ferritti Monya (2019), Il corpo estraneo. Dentro le ideologie e i pregiudizi sull’adozione, Pisa, Edizioni ETS.

Grinberg León, Grinberg Rebeca (1990), Psicoanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, Milano, Franco Angeli.

Sironi Françoise (2011), Psychologie des transsexuels et des transgenres,  Paris, Odile Jacob.

 

Filmografia

Chou Davy (2022), Retour À Séoul, Francia, Germania e Belgio.

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