Ideologie d’Occidente in panne

Segue da Transgenderismo e transrazzialismo – seconda parte.

Individualismo, liberalismo, costruttivismo e femminismo sono gli antenati delle teorie queer. I cittadini occidentali sono costruiti come soggetti di scelte, costanti e continue, e vengono governati attraverso l’esercizio delle loro libertà (Brubaker, 2016: 51).

cortocircuiti ideologici occidentaliCortocircuiti ideologici

Caratteristica più peculiare della modernità occidentale è però, a mio avviso, quella di creare cortocircuiti ideologici irrisolvibili. Un paio di esempi su cui riflettevo una decina d’anni fa riguardano il cortocircuito tra la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989) da una parte e dall’altra la Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, adottata dall’Unesco nel 2002, secondo la quale «i diritti culturali sono “universali, indivisibili e interdipendenti” rispetto ai diritti umani, e tutte le persone hanno il diritto ad esprimersi liberamente e al rispetto della propria identità culturale e linguistica» (https://terzomillennio.uil.it/blog/diversita-culturale/, consultato il 07/07/2024).

Come è possibile trovare una sintesi non contraddittoria tra questi due pilastri occidentali, quando di fronte abbiamo le pratiche di mutilazione genitale femminile (ne ho parlato qui) o le cosiddette spose bambine? Chi definisce la consistenza dell’identità culturale? Cosa ne traccia i confini? Quello che costituisce reato resta fuori e tutto il resto è dentro? Allo stesso modo, qual è la possibile sintesi non contraddittoria tra la protezione delle minoranze o dei gruppi svantaggiati dall’appropriazione culturale e identitaria, e la mitopoiesi dell’autodeterminazione e delle soggettività autopercepite? Dal mio punto di vista, la sintesi non è possibile. È probabile una convivenza temporanea degli elementi contraddittori, frutto della scotomizzazione collettiva e destinati a una progressione sistematicamente strutturale, per arrivare prima o poi a una sorta di autofagia. È solo una questione di tempo e noi, come già scritto in precedenza (per esempio qui) siamo sistematicamente in ritardo, su noi stessi e sul mondo.

Come è possibile tenere insieme la narrativa dell’autoidentificazione, che in quanto tale va accettata e rispettata, con la storia di Rachel Dolezal o con quella di Lia Thomas[1]? Il tentativo di gestire la contemporanea fragilizzazione delle categorie è, al momento, istituzionale e paradossale: l’accesso alla nerezza o alla femminilità sembra vada amministrato attraverso una definizione formale delle categorie (Brubaker, 2016: 59). Di nuovo un cortocircuito. Per uscire dalla morsa delle categorie autoevidenti e tautologiche – una donna è donna, un nero è nero e così via – ci si butta nella normazione istituzionale delle identiche categorie che si vorrebbero abbattute. Invertendo specularmente la regolamentazione dell’accesso alla bianchezza in vigore con la one drop rule (ne ho parlato approfonditamente qui), attualmente sembra essere regolamentato maggiormente l’accesso alla nerezza, per via delle posizioni riservate alle minoranze in diverse situazioni scolastiche o lavorative (il corrispettivo razziale delle nostre quote rosa o del lavoro per le categorie protette). L’accesso alla nerezza prevede la valutazione di criteri “oggettivi”: fenotipo, documentazione, percezione degli altri; viene ribadito che l’appartenenza non ha solo a che fare coi sentimenti individuali (ivi, pag. 60). Negli USA, sempre per motivi legati a domande di ammissione e finanziamenti, come abbiamo visto si parla espressamente di frode etnica a danno dei nativi americani (ivi, pagg. 62-63).

 

Un linguaggio oggettivista per legittimare la soggettività

Le narrative transattiviste del “born this way” (la stessa usata in passato rispetto all’omosessualità) o quella più diffusa in Italia del “nato nel corpo sbagliato”, utilizzano un linguaggio oggettivista  per legittimare la soggettività, reinscrivendola nel dominio della natura e radicando la scelta in aspetti biologici:

«The language of giveness, essence, objectivity, and nature is deployed not only by those who contest the legitimacy of certain identity claims but also by those who advance those claims. This is notably the case for many transgender people. In this mode of trans discourse, one’s basic identity is not chosen but given. One must choose whether to live in conformity with, or in tension with, that basic identity, but one does not choose who one fundamentally is. Identity is cast as an objective fact, non a subjective choice» (Brubaker, 20176: 64).

Questo, come abbiamo visto (qui e qui), sembra valere solo per l’identità di genere, ma non per l’identità etnica. I criteri “oggettivi” non si equivalgono del tutto:

«The latter tension arises from the multiplicity of objectivist criteria for socially defining both race and ethnicity and sex and gender. For race and ethnicity, these include different aspects of phenotype (skin color, facial structure, hair texture, and so on)[2]; genealogical and genetic ancestry; a shared history of living and being treated as a member of an ethnic or racial category; and a range of cultural practices and competencies. For sex and gender, they include different aspects of biological sex (chromosomes, genitalia, gonads, and secondary sex charateristics); a shared history of living and being treated as a member of a sex or gender category; and a putatively innate and unchosen gender identity. […] The unsettling of identities and the expanding empire of choice, in turn, have provoked anxieties about the crumbling foundations of social, moral, and cognitive order» (ivi, pagg. 66-67).

Per quanto riguarda le categorie di sesso/genere, pur espandendosi il modello self-id, le frontiere tra categorie non sono completamente aperte, ma sono amministrate da incaricati del mondo medico, psichiatrico e legale. È una procedura istituzionalizzata: si fa domanda, come per il visto, e si imparano le narrative più efficaci (ivi, pag. 75)[3]. Al contrario, non esistono procedure istituzionali simili per le frontiere tra le categorie razza/etnia, né regole socio-culturali riconosciute e condivise. Nei paesi in cui esiste(va) una classificazione razziale estremamente impattante, come Sud Africa e USA, era prevista la possibilità di cambiamento, ma solo come rettificazione di un errore precedente. Invece, nei paesi “liberali” l’identità razziale non viene registrata, dal punto di vista formale e istituzionale, o lo è per fini statistici soltanto, a differenza del sesso, che rientra nella propria identità ufficiale (Brubaker, 2016: 80-81).

Manca un linguaggio per descrivere la dimensione razziale in termini soggettivi e individualistici, come invece accade per il genere, in virtù del vincolo che lega questa dimensione ai propri antenati e alle relazioni sociali. A partire dagli anni Novanta ha però preso piede il movimento multirazziale (ne ho parlato qui), che rivendica un’identificazione multipla e, di fronte all’ambiguità e alla complessità delle origini, autorizza una scelta individuale di affiliazione. Questa si traduce all’uso di repertori culturali che rendano riconoscibili nella propria appartenenza, ma che di fatto non sono molto dissimili da quelli che chiameremmo stereotipi. «The key to such repertoires is their semiotic legibility. It is that enables people to performe race in a recognizable way, just as the semiotic legibility of conventional gender repertoires enables people to performe gender in a readily decodable way» (ivi, pag. 108). In questa prospettiva costruttivista, l’identità è una questione di performance.

 

Identificazioni e rivendicazioni

Rispetto a tempi precedenti, durante i quali la via maestra era quella dell’assimilazione al gruppo di elezione e l’obiettivo era quello di “passare come nativi”, ora il tentativo è quello di essere riconosciuti come legittimamente differenti. Questo punto è in comune con altre rivendicazioni di legittimità, come ad esempio quello della neurodiversità, che promuove una visione non medicalizzata dell’autismo e l’orgoglio aspie (sulla neurodiversità ritornerò prossimamente in un altro articolo).  In questo senso, il vecchio passing viene considerato inferiore dal punto di vista sia politico che morale (ivi, pag. 78), come forma di inautenticità e tradimento di una causa e indebolimento dei movimenti di rivendicazione. Ricordo che una delle opposizioni alle adozioni di bambini neri da parte di coppie bianche verteva proprio sull’idea che i bambini potessero venire in un certo senso pervertiti nella loro identità, se cresciuti con una “mente bianca” (ivi, pagg. 18-19).

Nondimeno, la possibilità di identificazioni etniche multiple o, per così dire, non socialmente autoevidenti, come detto si accompagna spesso a vissuti dolorosi di scollamento tra l’essere e il fare (Panari, 2008). Ad esempio, ci si può identificare come birazziali ma fare esperienza di sé esclusivamente come neri. Oppure ci si può riconoscere fenotipicamente neri ma socialmente bianchi, senza alcun intento di “passare”. Ricordo benissimo una ragazzina di nazionalità bengalese ma cresciuta a Milano, che raccontava il suo sconcerto nell’essere riconosciuta come straniera dicendo: «Non sono così nera, dentro!». Questo tipo di esperienza, sentirsi neri fuori e bianchi dentro, viene a volte nominata come “Oreo” o “Bounty”, dal nome dei biscotti e della barretta che appunto associano ingredienti con questi colori, nero fuori e bianco dentro. Ne esiste anche un corrispettivo asiatico: la parola cinese per banana viene usata per indicare le persone fenotipicamente orientali ma cresciute all’occidentale (quindi persone gialle fuori e bianche dentro).

Curiosamente, non esiste un appellativo simile per indicare le esperienze di segno opposto, con l’unica eccezione nel cosiddetto wiggerism[4], che comunque sembra avere connotati meno dolorosi dal punto di vista identitario e sembra riguardare principalmente la cultura rap (Eminem come esempio su tutti). Ammetto di aver cercato di inventarne uno, ma non ho trovato niente che rendesse bene l’idea e il tentativo è rimasto senza successo. Ad ogni modo, non esiste ancora un nome meno colloquiale che renda conto di questo tipo di esperienze, anche molto diverse tra loro. Pure le coppie miste hanno dagli anni Novanta il loro epiteto in “Ringo” dalla storica pubblicità dei biscotti bicolori[5] (diversi ma concettualmente simili i biscotti halfsie).

«While ethnicity and culture are determined by where you come from and the customs you experience, race is primarily measured in terms of looks. […] There’s privilege in the ability to be flexible with your identity and, specifically, pass as white. That’s not to say multiracial people can’t understand discrimination, or that we deserve to be pushed out of our racial identities. But because race is a social construct that’s partially defined in terms of discrimination, it’s important to acknowledge that a multiracial experience can be radically different from a monoracial one, depending on your appearance» (https://www.refinery29.com/en-us/2019/05/232641/half-asian-biracial-personal-essay?fbclid=IwAR0mip7l_PxKiSzo-mVeDV_czw8WmNyoAPcW7VqsNhpqRoj-HjVr3flX0HY consultato il 26/09/2023).

Le persone che sperimentano questo tipo di vissuto possono soffrire per il fatto che un’esperienza tanto intensa non abbia un nome, perché questo significa farne una questione individuale, da vivere in solitudine e da non poter condividere con qualcuno che senta le stesse cose. Ciò rende dolorosamente invisibile una parte importantissima dell’esperienza di vita o, se preferiamo, della propria identità.

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] Atleta trans, per una sintesi della sua storia: https://www.tempi.it/lia-thomas-transgeder-causa-ragazze-contro-la-ncaa/, consultato il 07/07/2024. Completamente opposto il racconto sugli spogliatoi proposto, ad esempio, nel film Girl (Dhont, 2018).

[2] Di fatto una razzializzazione a tutti gli effetti.

[3] Le testimonianze dei genitori dell’associazione GenerAzioneD (questo il loro sito: https://www.generazioned.org/) riferiscono di una sorta di copione (anglofilo), espressione di un pensiero esclusivamente strategico (Sironi, 2003), che mi ricorda molto le storie di molti richiedenti asilo che ho sentito personalmente o letto (Ghirardelli, 2016).

[4] Dall’unione di white nigga: https://www.urbandictionary.com/define.php?term=wiggerism, consultato il 08/07/2024.

[5] Fa un po’ sorridere che il marketing del prodotto faccia proprio riferimento all’identità: «Essere unici, insieme. È il rinnovamento che rispetta l’identità, è fuggire ogni omologazione, è valorizzare le idee di ciascuno» (https://www.ringo.it/, consultato il 08/07/2024).

 

Bibliografia

Brubaker Rogers (2016) Trans: gender and race in an age of unsettled identities, Princeton e Oxford, Princeton University Press.

Ghirardelli Francesca, Maxima (2016) Solo la luna ci ha visti passare. Il mio viaggio a 14 anni dalla Siria alla libertà, Milano, Mondadori Libri.

Panari Chiara (2008) Le famiglie interculturali: identità, dinamiche familiari e sociali, Parma, Università di Parma, Facoltà di Psicologia.

Sironi Françoise (2003) Maltraitance théorique et enjeux contemporains de la psychologie clinique, “Pratiques Psychologiques”, IV.

 

Filmografia

Dhont Lukas (2018) Girl, Paesi Bassi.

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