Il delitto perfetto

Una peculiare congiunzione di pianeti

Quale potrebbe essere la peculiare congiunzione di fattori sociali e storici, a cui accennavo alla fine del mio articolo precedente (vedi qui), che fa intrecciare la subcultura transgender alla cultura dominante in un assetto inedito?

In questo articolo proverò a rifletterci, unendo prospettive diverse. Sento francamente il bisogno di dare un senso, ampio e contestualizzato, ai fenomeni di cui ho scritto nel corso degli ultimi scritti. Questo bisogno nasce dal fatto che non riesco a ritrovarmi a mio agio, né visceralmente né intellettualmente, in nessuna delle letture che ho avuto a disposizione. Semplicemente, qualcosa non mi torna. Non mi ritrovo in quella benevola indifferenza o freddo interesse di certuni, quell’assetto di coinvolgimento anche intenso ma “a tempo” per cui si può essere dei buoni psicoterapeuti solo coi figli degli altri, solo dentro al setting. Non mi ritrovo neppure nell’angoscia reazionaria di cert’altri, che genera una difesa scomposta della “natura”. Pure ho posizioni decise su quelle che ritengo essere questioni di bioetica, e reputo che il freddo panico alla Isabelle Stengers sia la risposta più adeguata ad esse[1]. In effetti, mi sento orfana di teorie e anche di appartenenze; disorientata, a dire il vero. Sento di non potermi aggrappare a niente, se non alla mia curiosità.

Dunque, perché le istanze di una percentuale di molto minoritaria della popolazione occupano ampio spazio mediatico e tengono banco nel dibattito pubblico, suddividendo le persone in due schieramenti contrapposti, non tanto per lucida argomentazione quanto per bandiera politica? Perché le scelte politiche su un tema tanto delicato e complesso vanno in una precisa direzione, quella di un vero e proprio cambiamento antropologico, senza che la maggior parte delle persone[2] sappia nemmeno di cosa stiamo parlando esattamente? «Il rischio, per gli umani, non starebbe dunque nell’ibridazione con altri umani, ma nelle modalità con cui ciò avviene, nel fatto che non vi sia il tempo per una integrazione consapevole e voluta. Se subita, violenta e troppo rapida, l’ibridazione si trasforma in deculturazione, perdita dei vecchi riferimenti, non sostituiti da altri» (Coppo, 2003: 133).

 

Qualcosa non torna

I più ritengono che si riferisca alla non discriminazione verso persone transessuali (in stile anni Novanta, nell’immaginario), in scia alla non discriminazione delle persone omosessuali. Qualcuno pensa che si tratti solo della relazione tra sesso (inteso come dato biologico) e genere (inteso come norma culturale associata al sesso) nell’ottica antipatriarcale alla moda “Cortellesi/Murgia”, senza farsi domande sul concetto di identità di genere e senza rendersi conto di confondere l’essere maschio con l’essere mascolino e l’essere femmina con l’essere femminile. Senza sapere che, dagli anni Settanta in poi, si è andati molto più oltre di così, come vedremo più avanti.

Per ora mi limito a ribadire come, per la teoria queer, il sesso non preesista al genere; al contrario, il genere è innato e immutabile (nella prima versione teorica, non altrettanto in quella successiva, come vedremo) e il sesso è una costruzione sociale. In questo modo, la categoria “donna” diventa priva di senso e anche di valore, appropriabile da chiunque, così come quella di “uomo”, di “omosessuale” e di “transessuale”. «With this continuum of sexual possibilities, gay, straight, and even bisexual will lose all meaning» (Rothblatt, 2011). Personalmente, non accetto di essere definita “persona con vagina”[3] o “persona mestruante”, ma neanche “donna cisgender” o “donna biologica”[4]. Sono una donna e questo, per quanto mi riguarda, è tutto. Se mai qualcuno mi chiedesse cos’è una donna, risponderei che è l’esperienza, soggettiva e collettiva, di essere nata femmina in uno spazio-tempo.

Per questo motivo, trovo che la riflessione portata avanti dal femminismo lesbico, parzialmente sovrapponibile a quella del femminismo radicale, sia in parte condivisibile, quando sostiene che «la decostruzione degli stereotipi di genere, giusto smantellamento di norme culturali coercitive, ha condotto un’area del femminismo alla convinzione che la donna non esista se non come performance e alla sostituzione del concetto di patriarcato/fratriarcato con quello di eteronormatività» (Franceschini et al., 2021). Nella nostra epoca di onnipotenza della volontà sotto copertura progressista, i desideri personali sono espressi come diritti a cui tutta la collettività deve fornire soddisfazione; ciò avviene attraverso l’oggettivazione dei corpi e la creazione di nuove nicchie di mercato e di consumo, senza limiti etici. «Per noi il limite esiste. Il limite è dato dalla non mercificabilità del corpo umano e della vita. […] Noi difendiamo l’inviolabilità e indisponibilità del corpo femminile» (ivi).

Non trovo il femminismo lesbico completamente in sintonia con le mie posizioni a causa della tardività della sua critica, che pure giudico in buona fede, ma soprattutto del fondamentale presupposto che non mi appartiene: il «victimhood mindset» rispetto al maschile (espressione usata da Zandile Powell in riferimento alla critical race theory, in https://www.youtube.com/watch?v=v8UEkkDDlvE)[5]. Ho infatti sempre pensato che le rivendicazioni del femminismo, almeno dalla seconda ondata in poi, ci si sarebbero, come donne, rivoltate contro. Ritenevo che la pretesa uguaglianza fosse, in fin dei conti, funzionale solo alla forma capillare di sfruttamento a cui, come esseri umani, andavamo incontro (con entusiasmo rivoluzionario, s’intende). Pensavo questo anche molto prima di leggere le teorie di Ivan Illich (Illich, 2013) e la sua «critica dell’”aspirazione organizzata delle donne all’uguaglianza economica”, prigioniera della stessa logica capitalistica che credeva di combattere» (Giorgio Agamben nella prefazione a Illich, 2013).

 

Il regno del genere vernacolare secondo Illich

Il pensiero di Illich tocca innumerevoli tematiche ed è complesso da riassumere in poche righe. Accenno qui soltanto agli elementi che mi sembrano rilevanti all’interno del mio discorso, in particolare il suo intendimento di genere e sesso non come costrutti culturali ma come formazioni storiche. L’autore sostiene come il passaggio alla produzione capitalistica nella società industriale abbia segnato uno strappo da un prima, denominato «regno del genere vernacolare»[6], in cui la complementarietà dei generi era funzionale alla sussistenza, in «un codice normativo sanzionato dalla prova della sopravvivenza» (ivi, pag. 147). «Nel regno del genere uomini e donne sono collettivamente interdipendenti; e questa dipendenza reciproca pone limiti alla lotta, allo sfruttamento e alla frustrazione. La cultura vernacolare è una tregua, a volte crudele, tra i generi» (ivi, pag. 221)[7]. In un contesto simile, la violazione trasgressiva dello spartiacque tra generi non riduce la rilevanza dello spartiacque stesso, né lo elimina.

Nel passaggio antropologico al poi, denominato «regime del sesso economico» in cui vige il paradigma della scarsità, i compiti complementari non vengono più svolti per gli usi familiari, ma si trasformano in lavori interscambiabili finalizzati alla produzione e al consumo di merci, da cui si diventa dipendenti. Questo produce allo stesso tempo uno sdoppiamento, tra lavoro salariato e lavoro ombra (quello che consente, senza retribuzione, di trasformare le merci acquistate in beni fruibili) con la conseguente lotta tra sessi, e un livellamento verso il neutro unisex. Secondo Illich quindi la discriminazione economica delle donne nasce nella ricerca dell’uguaglianza economica tra esseri umani neutri (dal punto di vista economico), di sesso maschile o femminile, l’Homo oeconomicus, in una economia neutra che trasforma «il genere femminile nel “secondo sesso”» (ivi, pag. 160). Il mito di un progresso verso l’uguaglianza, che nasconde la dipendenza da beni scarsi, ci rende un «rapace neutrum oeconomicum. […] Questo soggetto non è più la gens, o i lares, che designano l’ambiguo e asimmetrico equilibrio di un insieme di donne e uomini in grado di autoalimentarsi; piuttosto, è diventato un costrutto ideologico tradotto in un falso “noi”» (ivi, pag. 222).

L’austriaco non risparmia critiche alle teorie marxiste e freudiane, colpevoli di aver forgiato un modello di umanità pensata in chiave economica (l’economia psichica…), fornendo una solidificazione storica alla società industriale. Allo stesso modo, le scienze sociali scientifizzate sono colpevoli di aver legittimato l’analisi economica delle relazioni uomo-donna, in una modalità ex post. «La logica scientifica la trasforma (l’antropologia, N.d.A.) in uno strumento analitico per studiare uomini e donne come anthropoi, riduce il genere a sesso e fa di una complementarità metaforica, descrivibile soltanto dai poeti di una determinata cultura, un sistema di due opposti omogenei» (Illich, 2013: 169-170). Ora, senza cedere eccessivamente a un romanticismo nostalgico, penso che il pensiero appena accennato ci possa fornire interessanti tracce di lettura dell’oggi. In questa prospettiva, chiamerei il transgenderismo un neoliberismo dei corpi e delle identità, ultima frontiera dell’estrazione di valore e del consumo di merci: «impregnation becomes a commodity; […] gestation becomes a commodity» (Rothblatt, 2011). Altri l’hanno chiamato «capitalismo del desiderio» (Guerini, 2023). Condivido perciò l’invito a opporsi alla progressiva riduzione al neutro, in cui «l’unica libertà realizzata è non essere nessuno» (Andrea Zhok in https://www.ariannaeditrice.it/articoli/nemo-nessuno-in-latino consultato il 11/06/2024).

«Essendosi lanciata a corpo morto nella peggiore orgia masochistica della sua storia, l’umanità non è indietreggiata neppure davanti alla negazione mitizzante dei due sessi, negando la loro specificità anche se questo comportava automaticamente la sdifferenziazione di ogni essere umano che facesse la minima concessione all’unisex. Ora, gli apostoli di questa dottrina hanno perfino osato trattare la sdifferenziazione come mezzo di individuazione. Un’insegna di barbarie proclama: “taglio unisex per la vostra personalità” … Il tentativo di individualizzarsi attraverso la negazione delle proprie caratteristiche fondamentali rappresenta l’annientamento dell’identità reale come il mezzo migliore per realizzare una identità fittizia» (George Devereux citato in Coppo, 2003: 36).

 

La miopia della sinistra

miopia e cattura della sinistra
Foto di ThuyHaBich da Pixabay

Oltre a quanto scritto finora, temo che molte delle battaglie contemporanee della fu sinistra vengano semplicemente cooptate da alcuni gruppi di potere, che portano avanti i loro interessi, economici e filosofici. Spinta da questa motivazione ho tentato un dibattito pubblico (vedi qui), che ha avuto un andamento rappresentativo della situazione attuale. Ed è questo che intendo sottolineando una certa miopia anche nelle prospettive pure innovative (ad esempio quelle di Sironi; vedi qui). Il tema ambientale ne è un ottimo esempio e forse può fornire spunti interessanti. Scrive Elisa Lello, sociologa presso l’Università di Urbino:

«Inseguendo obiettivi di contrasto alla crisi eco-climatica senza porsi il problema di quali componenti sociali ne pagheranno il prezzo, si rischia di produrre risposte deboli, prive di consenso, e prima ancora di mettere in piedi battaglie sbagliate nel principio, dove la buona fede si lascia incanalare dalla retorica e dagli interessi del capitalismo green» (https://fuoricollana.it/insidie-miraggi-e-trappole-dellambientalismo/ consultato il 21/05/2024).

Nel nostro caso, il capitalismo non è verde, ma arcobaleno; non è un caso infatti che, dopo il green/pink washing, si parli anche di rainbow washing. I rischi che corre l’attivismo ambientale, secondo Lello, sono tre; dal mio punto di vista, essi sono validi anche per il transattivismo.

«Una prima secca mi sembra l’illusorietà insita nell’idea di affidare la risposta alla crisi eco-climatica a soluzioni tecnologiche. Ma da qui si dovrebbe partire per mettere al centro una riflessione critica sulle implicazioni dell’avanzamento tecnologico in sé, che ne metta in discussione l’innocenza, azzardando lo sguardo oltre ai soliti luoghi comuni sulla tecnologia che non è né un male né un bene in sé, basta guidarla bene. […] (È necessario superare, N.d.A.) quella leggerezza tecno-ottimista, presente forse soprattutto a sinistra, che sembra non tenere in alcun conto il fatto che le possibilità aumentate che il progresso tecnologico rende oggi possibili (di accelerazione della produzione, di sorveglianza, militari, di intelligenza artificiale, di intervento sul genoma etc.) andrebbero viste come pericolo in sé, in una fase in cui le leve del potere che le userà non sono certo socialiste, ma non sono nemmeno più davvero “pubbliche” – o più precisamente, in una fase in cui sono gli interessi del capitalismo globale ad utilizzare sempre più come leve, per i loro fini, le stesse strutture statali, così come gli organismi nazionali o sovranazionali di regolamentazione “pubblica”» (ivi).

Anche nel nostro caso, il panorama prospettato dal transattivismo va – necessariamente – a braccetto con il progresso tecnologico, o meglio biotecnologico. Per concretizzare la teoria queer, per inscriverla nei corpi, servono interventi farmaceutici e chirurgici in primis, ma anche genetici e riproduttivi. Pure protesici e sintetici, se ci spingiamo verso il transumanesimo[8].

Il secondo rischio viene individuato nel proporre soluzioni di superficie, senza davvero mettere in discussione il modello economico sottostante, senza riconoscere come dietro a progetti apparentemente rivoluzionari si celino spesso i soliti sistemi neocoloniali di sfruttamento e di espropriazione. Lo stesso vale per quanto stiamo scrivendo, come sottolineato dal già citato femminismo lesbico e radicale nella critica principalmente rivolta alla surrogazione di maternità.

Il terzo rischio è la patologizzazione o criminalizzazione del dissenso, nel momento in cui le opinioni diverse vengono delegittimate come antiscientifiche e antimoderne (nel nostro caso come istigatrici d’odio x-fobico).

«Un rovesciamento semantico che fa sì che concetti e battaglie tradizionalmente simbolo della sinistra e dell’ambientalismo siano sempre più espropriati e fatti propri dal capitalismo globale, che li utilizza, dopo averli spogliati del loro significato, per legittimare i propri interessi e imporli mettendo a tacere le critiche. […] Meno chiaro è invece il fatto che possa funzionare in modo così potente perché è stato capace di prendere al suo servizio niente meno che la scienza. […] Da una parte, la scienza e il sapere esperto vengono sempre più utilizzati come base e giustificazione delle decisioni politiche. La scientizzazione della politica illustra la tendenza crescente a presentare qualunque controversia in termini di “verità” scientifiche, nella convinzione che l’expertise scientifica, suppostamente neutrale, possa risultare sufficiente e persino più adatta a sciogliere nodi politici ed etici complessi (Dotson, 2021). Dall’altro però, tendiamo a dimenticare che proprio la scienza – gli ambiti della sua produzione e governance – sia diventata bersaglio privilegiato delle più recenti e pervasive strategie di penetrazione delle lobby. Queste ultime, sfruttando le nuove possibilità date dalla professionalizzazione dell’influenza digitale, mirano a fare apparire alcuni risultati della ricerca scientifica – quelli selezionati/confezionati in modo conforme ai propri interessi produttivi e commerciali – sotto le spoglie di un sostegno popolare, dal basso, a imperativi di valorizzazione del ruolo della scienza nel dibattito pubblico e nei processi decisionali, o addirittura di difesa della scienza dai supposti attacchi che le verrebbero perpetrati. […] È la scienza stessa che viene piegata e strumentalizzata per consacrare e rendere impermeabili alla critica gli interessi dell’industria – anche dei suoi settori più inquinanti e pericolosi per la salute del pianeta e umana – producendo un vero e proprio inquinamento, o dirottamento, della sfera pubblica» (ivi).

 

Il ruolo di scienza e industria

Ma che c’entrano la scienza e l’industria, con la questione gender? La prima c’entra nel momento in cui viene invocata, con coro unanime, una base scientifica insindacabile per qualcosa che, di fatto, non è che una teoria, interessante ma controversa: «the body of scientific evidence is mounting to reveal that our sexual identities are as unique as our personalities» (Rothblatt, 2011). Penso che sia ormai evidente, a molti se non proprio ai più, come sia possibile “dimostrare scientificamente” tutto e il contrario di tutto (Foucart et al., 2020). Non intendo perciò avvalermi di questo come criterio dirimente, nonostante la mia tesi di laurea magistrale in psicologia fosse proprio, in tempi non sospetti, un lavoro bibliografico di stampo psicobiologico[9] da cui potrei attingere risultati che contrastano la teoria queer. Ma se c’è un paradigma che in un certo senso è diventato obsoleto, in virtù della perdita di credibilità e dignità, è proprio quello scientifico in quanto tale. Rivendico, come del resto altri colleghi, una descientizzazione della psicologia, e una riappropriazione della sua componente umanistica. Forse questa aspirazione appartiene solo a me, che mi sento più vicina a un filosofo che a un medico; la rivendico ugualmente[10].

In che modo c’entri la seconda, l’industria, risulterà più chiaro nel prossimo articolo, ma credo possa essere facilmente intuibile. Seguendo il modello affermativo nato ad Amsterdam negli anni Novanta e la sua “regola” 12-16-18, a indicare le età nel processo bloccanti-ormoni-chirurgia (Guerini, 2023: 49) appare chiaro come un intervento così impostato preveda la medicalizzazione permanente a partire dall’adolescenza. Inoltre, per risolvere i problemi di fertilità che l’intervento stesso può produrre e “garantire il diritto alla genitorialità”, si rendono necessarie tutta una serie di procedure, dalla riproduzione medicalmente assistita alla surrogazione di maternità[11]. Inutile ribadire come in un mondo saturo di merci, questo rappresenti un settore di mercato piuttosto ghiotto.

 

La cattura della sinistra

Ma cos’è successo alla sinistra, che non si accorge di ciò? Perché è stata catturata dalla classe dominante e si è trasformata nell’utile idiota del potere? E perché fa così fatica a comprendere le ragioni del posizionamento sociale su alcuni temi, finendo per criminalizzare o ridicolizzare una larga fetta della popolazione? Perché ancora non ha capito che la destra sociale di oggi rappresenta, per molti elettori, la cosa che si avvicina di più alla loro idea di sinistra, molto più della sinistra liberale? Saranno poi tutti davvero fascisti, razzisti, x-fobici e intolleranti? E se sono veramente così carichi d’odio, perché lo sono? A questo proposito, proprio curiosando sull’esito delle recenti (nel 2024) elezioni regionali tedesche a cui sono seguite urla di scandalo a reti unificate, ho trovato interessanti le riflessioni di Vladimiro Giacchè, che nel 2022 ha scritto la prefazione al libro di Sahra[12] intitolato Contro la sinistra neoliberale.

Nel testo (Wagenknecht, 2022), l’autrice sostiene come si sia assistito a una vera e propria metamorfosi della sinistra, che ha abbandonato il suo storico focus su diritti sociali e questioni economiche, per abbracciare di fatto una visione neoliberista dell’economia, associandola all’idea di progressismo. La sinistra neoliberale rappresenta, oggi, solo i vincitori della globalizzazione, i pochi che hanno guadagnato da essa: le classi medio-alte, i laureati snob da centro storico. Chi ha raggiunto traguardi sociali e non ha più battaglie da combattere, che da sociali infatti diventano civili, o ambientali. Eccone il ritratto:

«Il rappresentante della sinistra alla moda […] è cosmopolita e ovviamente a favore dell’Europa […]. Si preoccupa per il clima e si impegna in favore dell’emancipazione, dell’immigrazione e delle minoranze sessuali. É convinto che lo Stato nazionale sia un modello in via di estinzione e si considera cittadino del mondo senza troppi legami con il proprio paese. […] Pur sostenendo una società aperta e tollerante, mostra di solito nei confronti di opinioni diverse dalle proprie un’incredibile intolleranza, che non ha nulla da invidiare a quella dell’estrema destra. Questa scarsa apertura deriva dal fatto che il liberalismo di sinistra, secondo la concezione dei suoi sostenitori, non è un’opinione, bensì una questione di decoro. Chi si discosta dal canone dei loro precetti, appare agli occhi dei liberali di sinistra non semplicemente come un individuo che la pensa in modo diverso, ma come una persona cattiva, forse persino un nemico dell’umanità o addirittura un nazi. Di questo atteggiamento intollerante e presuntuoso (non per caso il titolo originale del libro è Die Selbstgerechten, ossia ‘I presuntuosi’) la stessa Wagenknecht offre diversi esempi» (https://sinistrainrete.info/sinistra-radicale/28316-vladimiro-giacche-contro-la-sinistra-neoliberale-il-caso-sahra-wagenknecht.html consultato il 07/09/2024, corsivo mio)[13].

Secondo Giacchè, i risultati elettorali riguardano proprio l’altra faccia della medaglia: i perdenti della globalizzazione, tutti quelli che hanno visto peggiorare le loro condizioni economiche, nonostante i proclami trionfali. Nel caso specifico, gli abitanti della ex Germania Est, traditi dall’unificazione della Germania, o meglio dall’annessione alla Germania Ovest, da cui sono usciti deindustrializzati, impoveriti e in definitiva ingannati. Oltre a ciò, e questo è l’aspetto che trovo più rilevante, sono quelli che hanno sperimentato

«un attacco ai loro valori e al modo in cui vivono, che nella narrazione liberale di sinistra viene svalutato moralmente e squalificato come retrogrado. […] Quanto ai valori: ciò che oggi va sotto il nome di liberalismo di sinistra è la “grande narrazione” del ceto medio dei laureati e degli accademici, di cui rispecchia valori e interessi. In definitiva, “il liberalismo di sinistra vede la storia degli ultimi decenni dall’ottica dei vincitori: una storia di progresso e di emancipazione”, al cui centro ci sono “i valori individualistici e cosmopolitici”» (ivi).

Ma questa squalificazione morale non si limita agli abitanti della Turingia e della Sassonia; in tutto l’Occidente si espande a vasti settori dell’opinione pubblica e questo tipo di pressione investe anche gli intellettuali. Non ne sono esenti gli psicologi. Condivido il pensiero secondo cui «les pratiques cliniques et sociales sont très fortement influencées par les théories politiques, sociales, psychologiques, économiques ou morales d’une époque donnée. […] Les choix des théories sous jacentes à nos pratiques cliniques, médicales, sociales, juridiques, sont donc en réalité, des choix politiques au sens large du terme» (Sironi, 2011). Non condivido però l’associazione implicita del giudizio morale buono/cattivo al termine “politico”, «la morale è un’astuzia per impadronirsi del mondo» (Sartre, 1984: 48).

«Siamo di fronte, in campo agricolo, medico, ma anche della salute mentale (Si veda al proposito l’interessante intervento di Negrogno, 2020, in cui l’autore argomenta come anche il “gesto di Basaglia” sarebbe oggi probabilmente catalogato come complottismo), ad una contrazione asfittica dello spazio dell’immaginabile, che si gioca prima di tutto sul piano epistemologico, sotto l’effetto di spinte riduzionistiche, scientiste, che sembrano riproporre il più ingenuo positivismo Ottocentesco rimuovendo in un colpo elaborazioni sedimentate nella filosofia e sociologia della scienza, così come nei Science and Technology Studies. Quel restringimento diventa, in un secondo momento, contrazione dello spazio del dissenso politico. Perché, se non è più la politica, ma è direttamente la scienza a dire cosa è giusto fare, non si può legittimamente essere in disaccordo: chi dissente può solo essere patologico, egoista o ignorante. […] Ma oltre a delegittimare il dissenso e (quindi) legittimarne la repressione, “cattura del linguaggio” e rovesciamenti semantici conseguenti creano disorientamento e fratture laceranti anche all’interno di quelle reti che fino a ieri marciavano compatte in difesa dell’ambiente e dei diritti» (Elisa Lello in https://fuoricollana.it/insidie-miraggi-e-trappole-dellambientalismo/ consultato il 21/05/2024).

 

Una ricetta indigesta

Ecco dunque gli elementi che, a mio avviso, compongono il delitto perfetto: una classe dominante che persegue i suoi interessi e i suoi obiettivi, usando movimenti dal basso inconsapevolmente incanalati in logiche di profitto, attraverso una coerente continuità delle lotte di emancipazione; il tutto col plauso di una sinistra miope che ha tradito se stessa. La cosa funziona bene perché unisce la dimensione affiliativa, che è attrattiva in una condizione di smaterializzazione delle reti sociali, e le istanze identitarie, tanto care al nostro individualismo essenzialista. La miopia consiste, a parer mio, nel non vedere mai il passaggio logico successivo al quello strettamente attuale. Ne ho già parlato citando Fagan (vedi qui: https://silvianoris.it/2023/06/08/geopillole-faganiane/). La immagino come la differenza, negli scacchi, tra un principiante che pensa “a mossa singola” e un giocatore esperto che ha nella testa tutta la partita[14].

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] In opposizione al cosiddetto hopium, dalla fusione di hope e opium, a indicare un annebbiamento da stolto ottimismo, una speranza infondata (soprattutto nel campo degli investimenti in criptovalute: https://www.coingecko.com/learn/hopium-in-crypto consultato il 14/09/2024).

[2] Politici compresi, almeno secondo mie esperienze locali.

[3] Mi riferisco alle vicende linguistiche iniziate qualche anno fa (https://ilmanifesto.it/non-piu-donne-persone-con-vagina, consultato il 08/11/2025).

[4] Su quest’ultima espressione non posso non sottolineare l’analogia con l’annosa questione che vede contrapposti i genitori biologici ai genitori adottivi. Chiaramente se si utilizza lo stesso termine per indicare due cose differenti, sono poi necessari aggettivi che specificano e distinguono. Forse sarebbe stato più semplice non utilizzare il modello della filiazione biologica per definire la filiazione adottiva, anche per quanto riguarda il lessico. Lo stesso vale per il lessico che contrappone le donne biologiche alle donne trans. Credo che rivendicare le differenze non possa né debba essere letto come discriminatorio.

[5] Pensare alle donne come vittime in quanto tali è talmente estraneo alla mia esperienza da essere praticamente inconcepibile.

[6] Con regno vernacolare si intende quell’insieme di pratiche con cui la vita umana era, antropologicamente, resa possibile. Esso comprende anche la lingua d’uso, i luoghi e gli utensili non interscambiabili tra generi.

[7] Nelle case dell’Italia rurale di inizio Novecento, dove ognuno aveva il suo compito e l’unica merce acquistata era il sale, la vita era così. L’impatto sconvolgente col regime della scarsità ci fu coi trasferimenti verso il Nord industrializzato e cittadino. «Il reddito è cresciuto a un ritmo assai inferiore a quello con cui il progresso ha distrutto il valore d’uso dell’ambiente. Per una generazione lo sviluppo ha inghiottito quelle risorse ambientali che avevano permesso alla gente di soddisfare quasi tutti i propri bisogni senza ricorrere al mercato, e in questo processo essa ha anche disimparato quasi tutte le capacità necessarie per la sussistenza» (ivi, pag. 94).

[8] «Martine reveals her true persona as a “transperson” – impatient to push us into the future by transcending the artificial, destructive barriers between races, sexes, and nations, and the even the mortality barrier that denies people indefinite life extension. Overcoming the obstacles to technological immortality is one of the goals of the Terasem Movement that she also leads» (Harold Brackman in Rothblatt, 2011).

[9] Curiosamente, ma non troppo, si intitolava Il ruolo della comunicazione chimica nella sessualità umana. Si può trovare, suddivisa in capitoli, a partire da qui: https://silvianoris.it/2020/04/19/il-ruolo-della-comunicazione-chimica-nella-sessualita-umana/.

[10] Non sono l’unica, ovviamente: https://www.apadivisions.org/division-32, consultato il 18/09/2024. Il Freud positivista non ce ne voglia.

[11] Interessante notare che di procedure, diciamo creative, per garantire la genitorialità narra anche la fortunatissima serie The Handmaid’s Tale (MGM Television, 2017; 2018; 2019; 2020; 2021), tratta dall’omonimo romanzo distopico scritto da Margaret Atwood nel 1985.

[12] Fuoriuscita dallo storico partito di sinistra tedesco Die Linke, Wagenknecht ha fondato da poco il suo movimento che, insieme ad Alternative für Deutschland, ha incassato nei due land della ex DDR, Turingia e Sassonia, un gran numero di voti.

[13] Sul medesimo argomento, ma sotto forma di intervista: https://www.lacittafutura.it/cultura/contro-la-sinistra-neoliberale-il-caso-sarah-wagenknecht, consultato il 07/09/2024.

[14] Sulla differenza della percezione del tempo nella programmazione geopolitica a lungo termine, rimando all’intervento di Lorenzo Maria Pacini, qui:  https://www.youtube.com/watch?v=Bhyu3czMC1U.

 

Bibliografia

Coppo Piero (2003) Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria, Torino, Bollati Boringhieri.

Foucart Stéphane, Horel Stéphane, Laurens Sylvain (2020) Les Gardiens de la Raison: Enquête sur la Désinformation Scientifique, Paris, La Découverte.

Franceschini Flavia, Giansiracusa Lucia, Gramolini Cristina, Zaltieri Pirola Stella, Zenobi Sabina (2021) Noi, le lesbiche. Preferenza femminile e critica al transfemminismo, Milano, Il Dito e La Luna Edizioni.

Guerini Silvia (2023) Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender, “Volantini militanti”, 71, Trieste, Asterios Abiblios Editore.

Illich Ivan (2013) Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza, Vicenza, Nera Pozza Editore.

Rothblatt Martine (2011) From transgender to transhuman. A manifesto on the freedom of form, USA, Martine Rothblatt.

Sartre Jean-Paul (1984) La mia guerra. Diari e racconti, Torino, Giulio Einaudi editore.

Sironi Françoise (2011) Psychologie des transsexuels et des transgenres,  Paris, Odile Jacob.

Wagenknecht Sahra (2022) Contro la sinistra neoliberale, Roma, Fazi Editore.

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