Perché mi sono interessata alla questione gender

le teorie e le pratiche non sono neutre
Foto di Luisella Planeta da Pixabay

Domande e ancora domande

Il breve ma doveroso epilogo di una serie di articoli che ruotano attorno al gender. Questa serie non è nata da un interesse verso la cronaca riguardo l’ospedale Careggi di Firenze, con la polemica sulle indagini e sulla sospensione dell’uso della triptorelina[1]. Tantomeno è nata da un interesse riguardo all’incontro di pugilato Khelif-Carini nei giochi olimpici di Parigi 2024; quest’ultima vicenda mi ha molto interrogata sul motivo per il quale delle tematiche così delicate vengano violentemente cavalcate in modalità bipartisan. Non ho una risposta ragionevole a questa domanda, solo la consapevolezza che sollecitare continuamente la divisione sociale su temi caldi non sia un buon segno nei tempi, pure davvero interessanti, che viviamo.

Questi articoli hanno preso forma nel 2022 dalla curiosità di fronte al proliferare del tema gender in vari ambiti: dagli asterischi e schwa sul web agli articoli di giornale su uomini incinti, dal cinema hollywoodiano al cambiamento legislativo, e via dicendo. Soprattutto però mi aveva interrogato il moltiplicarsi di corsi di formazione per psicologi, tutti molto uguali tra loro, sulla cosiddetta terapia affermativa, con annessi protocollo e glossario (qui quello di OPL). Mi domandavo perché, su questo tema, non si potesse lavorare come si lavora su qualsiasi altro tema portato dai pazienti. Mi preoccupava – e mi preoccupa ancora e di più – l’idea che si possa andare sempre più verso linee guida simil-mediche (e le recenti modifiche del codice deontologico non mi rassicurano) in cui non c’è spazio per riflessione, esplorazione e senso critico. Non che questo mi sorprenda particolarmente, visto come ce la siamo cavata negli ultimi anni. Mi pare evidente come i professionisti della salute mentale non siano immuni dal bisogno di incarnare un progresso politicamente corretto e di non sentirsi (dare) dei bigotti paleolitici, così come non sono stati immuni dall’angoscia di morte e dal bisogno di non sentirsi (dare) dei paranoici antiscientifici, giusto un lustro fa.

 

Una nicchia identitaria straordinariamente efficace

Ho scritto questi articoli anche perché sono abbastanza sicura che alcune delle storie di vita in cui mi sono imbattuta negli anni avrebbero preso un’altra piega se le persone in questione, ora adulte, da adolescenti si fossero fatte delle domande su di sé di fronte a un collega fresco di uno dei suddetti corsi di formazione. Già, perché in una delle versioni della sigla LGBT (LGBTQQIA+) la seconda Q è proprio quella di questioning; sui social odierni imperversa il messaggio che se ti stai interrogando (questioning) allora sei trans.

Di domande a volte le persone che ho conosciuto se ne sono fatte, in passato, e credo che per alcune di loro l’identità trans sarebbe stata una chiave di lettura della sofferenza formidabilmente efficace, sarebbe stata la loro «niche identitaire» (Sironi, 2011). Possiamo ritenere che sarebbe stata una risposta creativa al dolore e una strategia identitaria (più) funzionale? Forse sì, ma io non credo.

Mi sono domandata se il fatto di non avere avuto in testa una chiave di lettura di questo tipo potesse essere considerato abuso teorico, «maltraitance théorique» (Sironi, 2003) e mi sono risposta di no. A conti fatti, mi riconosco in questo assunto:

«Le thérapeute qui s’intéresse à son consultant, à l’expérience de vie dans sa multiplicité, à la traversée des catégories, n’a rien ni pour, ni contre la transsexualité. Il est clinicien, psychothérapeute avant tout» (Sironi, 2011).

 

La terapia affermativa è terapeutica?

Trovo appunto che la cosiddetta terapia affermativa si discosti dalla psychopathologie géopolitique[2] e segua una logica differente, che non riesco a considerare davvero terapeutica.

«Restaurer l’observation et la description comme préalable à la recherche clinique oblige le clinicien ou le chercheur à se défaire des pensées a priori relatives à son objet d’étude. Ce sont elles qui entraînent le chercheur, sans qu’il y prenne garde, dans des schémas de pensées qui paraîtront découler naturellement de l’observation alors qu’elles ne sont que la résultante des présupposés du chercheur» (Sironi, 2003).

Al contrario, mi pare che la terapia affermativa, che costringe pazienti e terapeuti a un rigido copione, sia violenta al pari della terapia di conversione. Tra l’altro gli stessi addetti ai lavori, professionisti delle cliniche per il trattamento della disforia di genere, ammisero candidamente che con quei ritmi di lavoro gli omosessuali si sarebbero estinti (il tema della normalizzazione dell’omosessualità emerge anche in molte testimonianze di genitori di ragazze che per un certo periodo si identificano come ragazzi trans per poi scoprirsi semplicemente lesbiche)[3]. Scrive il DSM-5: «I bambini che mostrano una persistenza (della disforia di genere, N.d.A.), sia nati maschi che nati femmine, sono quasi tutti sessualmente attratti da individui del loro sesso di nascita» (American Psychiatric Association, 2014: 533). La percentuale si abbassa al 50% circa per i bambini con disforia non persistente. In poche parole, secondo il manuale statistico, i nati maschi con disforia precoce sono quasi tutti androfili (cioè gay), mentre i nati maschi con disforia tardiva sono per metà (auto)ginefili[4]; viceversa le nate femmine con disforia precoce sono ginefile (cioè lesbiche).

Riprendendo il discorso, mi riconosco in quell’assunto di Sironi, anche se come in altre occasioni mi è capitato, anche in questo caso non avevo pre-giudizi ma ho effettivamente post-riflessioni. Spesso si confonde il giudizio sull’intenzionalità individuale con il giudizio sull’intenzionalità delle politiche sociali e sanitarie. La mia perplessità non è verso l’intenzionalità individuale (i conoscenti con storie di transessualità non mi hanno mai generato nessun particolare sconvolgimento, meno che meno di ordine morale), ma verso l’intenzionalità politica in senso stretto. Perplessità che si trasforma in critica aperta se questa intenzionalità politica si rivolge a bambini e adolescenti e alla complessità dei rapporti adolescenti/medicina/famiglia/scuola. Le domande si fanno dense nel momento in cui si sfiora il nocciolo etico della questione. Il tema è davvero delicato e la riflessione non è semplice, ma non possiamo fare finta che il nocciolo etico non esista. Scrive Françoise Sironi:

«Les théories, les pratiques cliniques, les méthodes d’approche et les dispositifs thérapeutiques avec lesquels nous travaillons sont des objets éminemment politiques. […] La dimension politique de notre pratique clinique réside également dans le fait que c’est le dispositif, la méthode avec lesquels nous appréhendons les problématiques qui leur donne une forme conceptuelle précise. Les faits n’existent pas sans contextualisation et sans instrumentalisation humaine. […] Les théories, méthodes et pratiques de la psychologie exercent une influence réelle et déterminante sur les individus, sur les groupes et sur l’environnement social. Elles ne sont jamais neutres» (Sironi, 2003).

 

Non esistono teorie – e pratiche – neutre

Chiaramente il ragionamento vale anche per lei: come le altre, non sono neutre neppure le sue teorie, non lo sono le sue pratiche, come lei stessa del resto rivendica. Probabilmente sono migliori di altre, qualsiasi cosa voglia dire; a questo punto metterla così mi fa anche un po’ sorridere. La cosa per me interessante è constatare l’effetto (cognitivo, emotivo) che la lettura del testo citato poco fa ha prodotto in me in due momenti diversi: prima e dopo aver studiato un po’ l’argomento gender. Alla prima mi ha sinceramente sollecitato in senso positivo (dopo tutto siamo i buoni, giusto?) anche se acritico (niente da dire, santo cielo, è la Sironi!). Alla seconda non ho potuto ignorare il fatto che le sue riflessioni sono per lo più orientate alla realtà dell’esperienza transessuale degli anni Novanta, che è molto diversa dall’esperienza transgender di oggi. Non ho potuto neanche “fare fuori” mentalmente le contraddizioni della teoria queer in cui nel frattempo mi sono imbattuta e di cui ho già trattato nella serie sul tema, presentata invece nel testo di Sironi non come teoria ma come indiscutibile dato di fatto. Ugualmente non ho potuto trascurare i risvolti concreti e sociali, che trascendono l’individuo, su cui vale la pena riflettere seriamente e che cortocircuitano nel modo così tipico della nostra epoca (sport e spazi riservati, riproduzione e genitorialità, bioetica). Sironi sembra non occuparsene, nonostante consideri la transessualità un fenomeno sociale che va tolto dalle grinfie dell’intrapsichismo[5].

La sua teoria probabilmente è migliore di altre dicevamo, ma le teorie – e le pratiche che ne derivano – sono tutte violente. Non è che c’erano delle teorie, prima, e ora che le abbiamo superate c’è una cosa luminosa e pulita che si chiama Verità. La terapia è “violenta” in quanto tale, se funziona. Quando, diversi anni fa, leggevo Carnefici e vittime (Sironi, 2001) mi ripetevo continuamente che la psicoterapia è una forma particolare di tortura, una tortura che finisce bene, una che richiude dopo l’effrazione. Per lo meno questa è l’espressione che trovo più calzante. Non è che prima c’erano sistemi oppressivi e violenti e ora c’è una cosa bellissima che si chiama inclusione. Nonostante il nome, la pratica “inclusiva” può essere decisamente violenta. Come possiamo sostenere che è violento dire a una bambina che vuole fare l’astronauta che il suo posto è in cucina, possiamo anche sostenere che è violento dire a una bambina a cui non piace indossare le gonne rosa che allora è un bambino[6]. Dire che non si può scegliere niente è violento quanto dire che si deve scegliere tutto.

Dall’altro lato, la critica che mi sento di avanzare nei confronti di chi si oppone alla teoria queer e al transgenderismo/transumanesimo è questa: non si tratta di opporre una “realtà oggettiva” a una ideologia, la “verità naturale” a una teoria. Questo approccio è perdente in partenza. Tutte le teorie sono intrinsecamente ideologiche, tutte le pratiche (anche le apparenti non-pratiche) sono violente; si tratta di propendere per quelle che ci sembrano – soggettivamente e collettivamente (davvero collettivamente, però) – preferibili, ma avendo bene in mente le linee della violenza che ognuna di loro percorre. Anche questa mia è una teoria ideologica, chiaramente, ma mi pare l’unica che possa trasformarsi in una dimensione dialogica e non in una prova di forza. La logica non sarebbe scientifica (o meglio: scientista), ma filosofica.

 

Conclusioni?

Detto tutto questo, concludo il mio breve ma necessario epilogo con le parole di un visionario:

«Io non ho strategie da proporre. Mi rifiuto di avanzare ipotesi sull’efficacia di qualsiasi rimedio. […] Ho il forte sospetto che si possa recuperare una contemporanea arte di vivere. […] La speranza in una vita di tal fatta si fonda sul rifiuto del sentimentalismo e sull’apertura al sorprendente» (Illich, 2013: 223).

 

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] L’ospedale in questione è specializzato nel trattamento dei minori con disforia di genere e il farmaco, antitumorale, viene usato off label come bloccante della pubertà. L’oggetto della polemica riguarda le procedure applicate e ricalca la retromarcia generale sull’argomento che arriva dal mondo anglosassone, a partire dalla vicenda legale tra la clinica Tavistock di Londra e la detransitioner Keira Bell (per una sintesi:  https://www.theguardian.com/society/2024/mar/31/why-the-tavistock-gender-identity-clinic-was-forced-to-shut-and-what-happens-next, consultato il 14/05/2024). «Sex is biological fact» ha titolato recentemente il Telegraph (https://www.telegraph.co.uk/news/2024/04/30/nhs-sex-biological-landmark-shift-against-gender-ideology/ consultato il 05/05/2024). Qui è possibile trovare il rapporto finale della Cass Review sui servizi inglesi, pubblicato nel 2024 https://cass.independent-review.uk/home/publications/final-report/, consultato il 21/09/2024.

[2] «Ceci est lié au fait que la psychopathologie géopolitique est à la fois un champ clinique nouveau, caractérisé par une méthode d’approche spécifique, géopolitique clinique, précisément. L’ensemble (théorie, méthode, pratique clinique, psychothérapie) est appelé “psychopathologie géopolitique”. Elle est avant tout praxéologique, basée sur la recherche-action. Ce sont en effet les pratiques cliniques qui sont à l’origine de notre élaboration théorique, et non l’inverse» (Sironi, 2011).

[3] In molti esprimono preoccupazioni simili, ad esempio: https://lgballiance.org.uk/conversion-practices-bill-blog/ consultato il 03/11/2024.

[4] Il DSM parla di ginefilia. Il termine autoginefilia è stato proposto dal sessuologo Ray Blanchard. Per una sintesi delle diverse forme di disforia: https://www.generazioned.org/la-disforia-di-genere-non-e-una-cosa-sola/ consultato il 01/09/2024.

[5] «Ce dispositif clinique complexe est un garant méthodologique contre la production d’erreurs logiques. La plus fréquente en pratique clinique inter-culturelle, consiste à traiter des éléments de nature culturelle, politique ou sociale, comme étant du matériel déterminé par la seule conjecture intra-psychique» (Sironi, 2003).

[6] Se questa affermazione sembra iperbolica e provocatoria, suggerisco di bazzicare un poco il transattivismo social anglosassone: sarà sorprendente. Non riesco a ritrovare, purtroppo, alcuni video in lingua inglese che avevo visto credo nel 2023 in rete, di vere e proprie cerimonie durante le quali bambini di cinque o sei anni vengono spinti sul palco per dichiarare pubblicamente la loro identità di genere e, se non è coerente col sesso biologico, la platea risponde ripetendo ossessivamente frasi in uno stile a metà tra la liturgia della messa e il love bombing.

 

Bibliografia

 American Psychiatric Association

  • 2014, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore.

Illich Ivan

  • 2013, Per una critica storica dell’uguaglianza, Vicenza, Nera Pozza Editore.

 Sironi Françoise

  • 2001, Carnefici e vittime, Milano, Feltrinelli editore.
  • 2003, Maltraitance théorique et enjeux contemporains de la psychologie clinique, “Pratiques Psychologiques”, IV.
  • 2011, Psychologie des transsexuels et des transgenres, Paris, Odile Jacob.

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