Attaccamenti velenosi

attaccamenti velenosi
Foto di Angelika Graczyk da Pixabay

 

Gli attaccamenti vengono intesi come rete di legami che costituiscono gli umani (Coppo, 2020: 3-4), essenziali in quanto tali. Purtroppo, a volte non solo intralciano nella ricerca di una soluzione positiva ai dilemmi personali, ma funzionano come vere e proprie trappole. Un tipo di trappola che «quando non sono attaccamenti nutritivi e revocabili, è affine a quella messa in atto tra umani in contesti dove è esplicita e attiva ciò che gli psicoantropologi chiamano “stregoneria antropofagica”» (ivi). Non mi riferisco qui alle relazioni tra le persone e gli altri umani significativi, ma alle relazioni tra le persone e le loro ideologie di riferimento, velenose nel momento in cui ricalcano una ricerca di affiliazione forzosa e per niente critica. Per esempio, un certo tipo di progressismo un po’ ottuso che, facendo il giro lungo, si scopre infine reazionario. Un intellettualismo non laico ma ateo, nel senso dell’appiattimento dell’umanità su un materialismo scientista molto poco avanguardistico. Un certo tipo di femminismo, ingenuo quanto bellicoso, che (non troppo sorprendentemente) si manifesta come incubo del femminile. Personalmente, ritengo che la sindrome del partito amico abbia colpito due intere generazioni di intellettuali di sinistra, cui mi sento per altro di appartenere, impedendo loro di avere una visione onesta di quel che è successo, a partire forse sottotraccia dagli anni Sessanta e in maniera evidente dagli anni Novanta in poi, in campo politico e soprattutto economico ma anche culturale, in Italia e sullo scacchiere internazionale. Questo disconoscimento ha fatto sì che venisse rincorso, e cavalcato in modo del tutto inconsapevole e gaudente, un modello autodistruttivo sotto tutti i profili. Quello che viene descritto come un processo di finanziarizzazione dell’economia che «ha avuto un impulso vertiginoso grazie alle nuove tecnologie che consentono di superare i vincoli spaziali, geografici e temporali» (ivi, pag. 8) come se fosse un frutto che appare da un fiore immateriale, è semplicemente il risultato di concretissime scelte politiche, fatte per lo più da “noi”, dai “nostri”, da “quelli buoni”[1]. Fa un po’ ridere, lo so, ma non è poi così divertente; sono convinta che il problema degli intellettuali di sinistra sia che ancora oggi non riescono a liberarsi dall’idea perniciosa di essere “quelli buoni”. Un’idea talmente radicata nell’intimità da essere la matrice stessa con cui si pensa e si vede, a costo di essere scollati dalla realtà e doverla, per forza di cose, fare mentalmente a pezzi, oppure passare attraverso una messa in discussione talmente dolorosa da minare le fondamenta dell’esistenza. Dico tutto questo con cognizione di causa, sapendo anche che almeno una parte delle persone che leggeranno si sentiranno chiamate in causa. Insomma, saremo stati anche buoni, ma di certo non siamo stati particolarmente intelligenti. I più fortunati sono morti o moriranno prima di capire davvero qual è stata la loro parte; sfortunatamente non credo che sarò tra questi. Niente di nuovo, sia chiaro, sotto certi punti di vista. «Medicina e psichiatria non vi appaiono saper fare neutri, ma veicoli di visioni del mondo, di modelli di rapporti sociali tra umani, e tra umani e ambienti in cui evolvono» (Coppo, 2003: 23).

Il problema è che siamo sempre notevolmente in ritardo su noi stessi, e che c’è sempre qualcosa che rimane fuori. Riusciamo a vedere alcune cose, a posteriori, ma rimane sempre fuori il terreno su cui poggiamo i piedi, nel qui e ora. In una dimensione più ampia, parla del fenomeno anche Pierluigi Fagan, in un libro che l’ex ambasciatore italiano in Iran e Cina, Alberto Bradanini, consigliò anni fa durante un’intervista (ne ho scritto una breve sintesi qui). L’autore definisce fallimento adattivo quel particolare disallineamento tra apparato cognitivo (occidentale) e complessità del mondo, che ci sorprende soprattutto nelle fasi di transizione tra epoche diverse, per ragioni a noi strutturali. In questi periodi, di cui la storia ci fornisce diversi esempi, ci ostiniamo a comportarci come sempre, come sappiamo, senza capire in tempo che sussistono nuove condizioni che richiederebbero un cambiamento radicale. Ci accorgiamo solo troppo tardi che quello che credevamo naturale ed eterno era storico (Fagan, 2017). Quanto appena descritto è stato ed è, nel lavoro clinico in generale, probabilmente l’elemento più difficile da gestire. Non tanto in termini di controtransfert contingenti, che pure a volte ci sono, quanto per l’incompatibilità tra le necessarie riflessioni socio-antropologiche (e altro, chiaramente, a partire da quelle economiche) e una pratica clinica che è parte integrante del problema ed è sempre in ritardo su se stessa. Se le riflessioni entrano nello mio studio, esse mi costringono ad essere, in un certo senso, anti-terapeutica, per lo meno rispetto alla psicoterapia “che so”. Se rimangono fuori (insieme all’etica?), sono costretta a rinunciare al senso profondo di cui ho bisogno per sentirmi in pace. La pratica andrebbe tutta ripensata e io, francamente, non mi sento le forze né le intenzioni necessarie. Come cantava De Gregori:

«Non siamo nati mica ieri, capatàz, non siamo nati mica ieri. Non siamo mica prigionieri, dentro la stella di questa bella modernità. Non siamo nati mica per morire qua»

(Francesco De Gregori, Capatàz, 1987)

 

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] Ho già trattato ampiamente su questo tema in alcuni articoli precedenti (vedasi qui). Sul fatto che lo sguardo dei buoni di sinistra sia parte del problema ho avuto modo di confrontarmi con l‘antropologa Stefania Consigliere (comunicazioni private in epoca Covid).

 

Bibliografia

Coppo Piero (2003), Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria, Torino, Bollati Boringhieri.

Coppo Piero (2020), Dipendenze e culture, dispensa a uso interno del Centro Studi Sagara, Pisa.

Fagan Pierluigi (2017), Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, Roma, Fazi Editore.

 

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