Una bambola di cioccolata di Amandine Gay

commento a cura di Silvia Noris

«Il baniano è un albero che non rispetta i codici; confonde i confini ed è per questo che è il mio albero» (Gay, 2026: 139)

 

Ho avuto recentemente modo di leggere il libro Una bambola di cioccolata di Amandine Gay (2026, edizione Fandango Libri), di cui avevo già apprezzato il lavoro documentaristico e seminariale. La lettura è particolarmente interessante e offre diversi spunti di riflessione su grandi temi intrecciati tra loro: adozione, razzismo e colonialismo, ma non solo. Il testo si pone come portatore di una «prospettiva afrofemminista, materialista e decoloniale  […] collettivista e libertaria, focalizzata, una volta per tutte, sull’interesse superiore delle bambine» (Gay, 2026: 90-91).

 

Storia, storie

L’autrice mescola autobiografia e sociologia in un insieme di ricerca, attivismo e arte, per tratteggiare una riflessione critica sul nodo peculiare in cui convergono la sua storia – di donna nera adottata – e la Storia. La scrittura, come la regia, sono per Gay esse stesse una forma di sopravvivenza, di resistenza e di sovversione. A volte scrivere, anzi testimoniare, è un atto necessario, perché «a tutto si può scampare, tranne alla propria memoria» come scrissi a proposito di un altro testo per certi versi affine.

Altrettanto necessario è fare finalmente i conti col colonialismo. Sicuramente quello “di andata” che (ancora) inconsapevolmente agiamo, quello di cui parla Gay. «Se non raccogliete i cocci di quel che avete rotto, quei frammenti vi esploderanno in faccia, anche se li avete seppelliti sottoterra, persino se ci avete costruito sopra» (Azem, 2021: 137)[1]. Ma anche quello “di ritorno”, di cui mi sono occupata in  altre sedi, quello in cui (già/ancora) inconsapevolmente viviamo, come periferia di un impero in avanzata decadenza. A conti fatti, come occidentali siamo un ottavo della popolazione mondiale. Credo che dovremmo tenerlo a mente, nelle nostre riflessioni da salotto buono colpevole-ma-pentito e viceversa, e domandarci quanto sia attuale il modo in cui ci pensiamo e veniamo pensati. Essere accecati dalla luce di una stella già morta non mi sembra, francamente, un’idea geniale. «Forse vi racconterò delle cose improbabili. Forse capirete che risvegliarsi alla storia è doloroso» (Maraini, 1994: 14)[2].

Torniamo al libro. Partendo dal bisogno di riempire un vuoto, quello di narrazioni sull’adozione da parte delle stesse persone adottate, vengono scanditi alcuni elementi ricorrenti nei vissuti adottivi, inseriti però – e questa è la cifra del libro – all’interno delle dinamiche sistemiche di disuguaglianza. Il racconto di vicende personali, familiari e amicali si muove, come in un ritmo di danza a due, insieme all’analisi dei dati di ricerca sulla popolazione adottiva e/o nera, per riflettere su due temi centrali: filiazione e identità. L’intento dichiarato ripercorre le orme di altre rivendicazioni di parola del passato, riassumibili nel motto “non si parla di noi senza di noi”; penso ad esempio ai malati di AIDS di qualche decennio fa, ma anche ad altri gruppi minoritari e discriminati nel momento in cui hanno fatto sentire la propria voce (Ouvrir la voix è anche il titolo del documentario di Gay del 2017). «Eppure, come ha osservato Borges, “nelle improbabili testimonianze si nascondono i vostri segreti ricordi”. Quello che non volete sapere» (Maraini, 1994: 12).

Quello che non volete sapere. Quello che non vogliamo sapere. L’autrice di Una bambola di cioccolata lamenta legittimamente l’apparente cecità e disinteresse del mondo accademico verso il significato e l’impatto sociale dell’adozione internazionale. La cecità e il disinteresse riflettono un buco nero culturale, una zona morta del pensiero (per dirla alla Stephen King). Nel buco nero culturale, che affonda le proprie radici nel passato coloniale, dietro un paravento di migliori interessi ci sono la politica classista e l’assenza di giustizia riproduttiva, che si traducono in un approccio istituzionale orientato al controllo e alla punizione delle fasce povere della popolazione. Sul legame tra privato e pubblico, tra riproduzione del singolo e riproduzione della nazione, ho tempo fa approfondito il particolarissimo contesto brasiliano, in cui convivono razzismo e valorizzazione del meticciato.

Gay sottolinea come l’impostazione stessa del sistema adozione[3] ne tradisca la sottostante logica commerciale, come risposta a una crescita della domanda di bambini adottabili, e la concezione dei bambini come proprietà esclusiva. Lo stratagemma per rendere credibile il paravento culturale è trasformare le madri biologiche in vittime o cattive (Gay, 2026: 74).

«L’adozione piena, per com’è praticata ancora oggi e in particolare quando riguarda bambine straniere, può essere definita come una fabbrica istituzionale dell’incompetenza delle madri povere, allo scopo di dare legittimità al trasferimento delle loro figlie verso le classi medio-alte del nord del mondo» (ivi, pagg. 77-78).

Tra i vari temi esplorati da Gay nel testo, ho trovato estremamente interessante quello sulla logica assimilativa che accomuna l’adozione e il colonialismo. Come descritto anche per l’Algeria coloniale (Lazali, 2022), rovescio su cui si costruiva il d(i)ritto della Repubblica francese, anche sul versante caraibico la costruzione dell’Altro ha seguito regole precise, letteralmente codificate e apparentemente non in contraddizione con l’universalismo dei diritti; lo stesso in Nord America con i nativi americani (Gay, 2026: 106-118).

La regola sembra essere che i figli degli altri, o i meticci, devono essere salvati dalle loro origini, trasformati in orfani e assimilati, oppure esclusi. Cittadini o schiavi. Per l‘Italia, in Africa orientale, valse il principio dell‘ipodiscendenza (lo stesso presente nella one drop rule degli USA; ne ho scritto ampiamente qui), secondo «le Norme relative ai meticci (L. 13 maggio 1940, n.822), che sancirono “la coincidenza della condizione di nativo con la qualità giuridica di suddito” (Sorgoni 1998, 149), stabilendo l‘assunzione automatica, per i bambini nati da unioni interrazziali, dello status giuridico del genitore nativo» (Fabbri, 2021: 193)[4].

Assimilazione significa distruzione delle appartenenze e dei legami, delle identità; come avviene nell’adozione piena. «A ogni modo, in entrambi i casi si trova la nozione di ingegneria sociale sviluppata da Saada: lo Stato istituisce trasferimenti di bambine come modalità di gestione demografica e come strumento di controllo sociale. Qualche secolo dopo, a operare sono gli stessi meccanismi di assimilazione coloniale nel protocollo dell’adozione piena di bambine straniere e francesi razzializzate: queste appartengono esclusivamente alle loro famiglie adottive – e, per estensione, alla nazione» (Gay, 2026: 118).

 

Incontri, scontri

Questi insomma alcuni nodi del libro di Amandine Gay. E io? Perché mi interessa questo argomento? Ho avuto a che fare con il mondo dell’adozione a più riprese e su più livelli. In generale la filiazione adottiva è qualcosa che mi incuriosisce. Sarà perché uno dei sei fratelli e sorelle di mia nonna, nata e cresciuta nella campagna del centro Italia, non era un fratello biologico. I suoi genitori biologici, vicini di podere dei miei bisnonni, sono morti entrambi durante la prima guerra mondiale, quando lui era neonato. I miei bisnonni, semplicemente, l’hanno cresciuto insieme agli altri bambini di casa in quella che oggi chiameremmo un’adozione informale.

Lui, mia nonna e gli altri figli, l’hanno scoperto solo quando ha ricevuto la cartolina per la leva obbligatoria, su cui era riportato il cognome di nascita. Questa scoperta non ha sancito rotture o sconvolgimenti particolari (almeno che io sappia) in nessuno di quella che era, a tutti gli effetti, la sua vera famiglia; da grande ha costruito la sua casa vicino a quella dei genitori “adottivi”, come tutti gli altri fratelli, e ha ricevuto la sua parte di eredità. Io ho scoperto questo particolare della storia familiare quando ho fatto il mio genogramma; a parte la faccenda della cartolina militare, mi è sembrata la cosa più normale e naturale del mondo.

Credo che la circolazione dei bambini, di cui si parla molto nel testo (Gay, 2026: 76-91) fosse una pratica diffusa e integrata nella struttura sociale di quell’epoca, non solo in quella zona (il centro Italia rurale); il fenomeno riguardava sia l’accudimento di bambini rimasti orfani, come nel caso del fratello di mia nonna, sia la permanenza (lunga, ma non definitiva) dei bambini nelle case di parenti senza figli. Da esperienze di cui sono a conoscenza quest’ultima pratica è rimasta come usanza comune almeno fino alla fine degli anni Settanta. Sarà anche che io stessa so cosa significa prendersi cura, informalmente e a tempo determinato, di figli di altri. Semplicemente, nel momento in cui ce n’è bisogno, è giusto e normale farlo. Anche negli anni Duemila.

Senza contare che le figure di madrina e padrino di battesimo, che oggi rivestono un significato quasi esclusivamente simbolico, comunque ancora molto sentito in alcune zone soprattutto del Sud, avevano originariamente anche la funzione di garantire un “salvagente” ai neonati, cioè delle figure di accudimento sostitutive in caso di bisogno. Se il battesimo assicurava, in caso di disgrazia, la salvezza ultraterrena (l’altra nonna era preoccupatissima quando i miei genitori non hanno battezzato me e mio fratello, perché se ci fosse successo qualcosa non saremmo potuti andare in paradiso…), madrina e padrino assicuravano la salvezza terrena.

È vero che l’attuale modello familiare occidentale è la cosiddetta famiglia nucleare, composta unicamente dalla coppia di genitori e dai figli (peraltro spesso unici), ma è anche vero che questo modello è piuttosto recente perché, anche dopo la sua diffusione a partire dalla rivoluzione industriale inglese, il modello della famiglia allargata è restata in auge in larga parte delle zone rurali dell’Europa mediterranea, anche in periodi recentissimi. Va da sé che, in una situazione di famiglia estesa, dove attorno ai bambini c’erano, oltre ai genitori, una pletora di parenti tra nonne, zie, fratelli e sorelle maggiori, il bambino in stato di abbandono semplicemente non poteva esistere, salvo nei casi che turbavano la moralità e onorabilità della famiglia (figli di madri nubili o altro).

Ma torniamo ai miei rapporti con l’adozione. Da una parte c’è stato l’incontro-scontro con l’apparato istituzionale, attraverso la mia presenza in comunità mamma-bambino e servizi di tutela minori. Si è trattato, in entrambi i casi, di una pessima esperienza, da cui sono uscita rapidamente e con un grande senso di ingiustizia e di impotenza. Ero arrabbiata e anche un po’ disgustata per quello che avevo visto e scoperto: il lato oscuro nascosto dietro le parole rassicuranti – comunità, accoglienza, tutela. Tanto per essere chiara: nella comunità in cui si stabiliva la (in)capacità genitoriale delle madri e di conseguenza l’adottabilità dei bambini, di donne benestanti/di successo non ne ho vista neanche una. Si trattava di donne, straniere ma non solo, che non avevano i mezzi (personali, relazionali, economici, ecc.) per fronteggiare la situazione. Per fronteggiare la vita. Erano donne in difficoltà che si potevano, e dovevano, aiutare. Insieme ai loro bambini.

Ricordo perfettamente la sensazione sgradevole di fronte all’evidente scissione in buone/cattive attuata dalle operatrici, per lo più giovani, neolaureate e senza figli. Non sto dicendo che chi non ha figli non può occuparsi di bambini; non lo credo affatto. È chiaro però che l’esperienza diretta delle fatiche genitoriali può far evitare un giudizio semplificato e far riconoscere come gli ideali educativi si scontrino poi con la realtà e con la necessità di sopravvivere; è difficile anche quando va tutto bene, figuriamoci quando la faccenda si complica. Chi è stata sempre e comunque la madre che voleva essere scagli la prima pietra. Un’amica e collega, che prima di avere figli gestiva dei gruppi di supporto alla genitorialità, anni dopo mi disse: “Quante cazzate che dicevo!”.

Ricordo bene anche gli episodi di puro e sconcertante sadismo. È una parola dura, lo so, ma non c’è un altro modo, più delicato, per dirlo. Quando si evita consapevolmente di svegliare una donna che, rimasta a letto, sta per mancare a un importante colloquio di lavoro che potrebbe cambiare le sorti dell’adottabilità del figlio, è sadismo e basta. Nessun illecito, sia chiaro; queste strutture hanno un mandato valutativo, non educativo, né tantomeno terapeutico, ma santo cielo un minimo di empatia e umanità non sarebbero state certo fuori posto.

O ancora la malcelata soddisfazione di leggere i test tossicologici positivi, che avrebbero fatto sfumare una visita di ricongiungimento di una madre coi figli in affido. O ancora, la scrollata di spalle di un membro della dirigenza, di fronte alle preoccupazioni delle educatrici che una madre potesse togliersi la vita una volta decretata l’adottabilità del figlio. O ancora l’invito a fare presto con il decreto di adottabilità di un bambino di diciotto mesi, con l’esplicito intento che in futuro non si potesse ricordare di sua madre.

Quest’ultimo episodio mi aveva sconvolta, lo avevo trovato di una violenza inaudita. So benissimo su che terreno appoggia un’affermazione di questo tipo; si basa sulla teoria che l’adozione “prima è meglio è”, avvallata dai dati statistici secondo i quali quelli che vengono chiamati fallimenti adottivi (crisi che esitano in una separazione della famiglia adottiva) trovino nell’età di adozione un «fattore di rischio rilevante» (secondo il rapporto della Commissione per le Adozioni Internazionali del 2024, alle pagg. 16-17).

Ma come si può pensare che il fatto di non ricordarsi il volto o la voce della propria madre biologica equivalga alla sua “sparizione”? Le madri biologiche non spariscono né dalla storia biografica né dall’immaginario, neppure quando non si sa niente di loro. Non è che se non sai dove collocare qualcosa (o qualcuno) allora non esiste (o non serve). Un po’ come il ridicolo concetto di junk DNA: siccome non sappiamo che ruolo ha, allora lo chiamiamo spazzatura. Che in fondo è proprio il nostro modo occidentale di pensare, di rapportarci con la vita, il mondo, gli altri. Sul legame tra adozione internazionale e sparizione ho scritto qui.

Anni dopo ho espresso, a chi coordinava le risorse umane di una onlus, la mia contrarietà al fatto che servizi tanto delicati come quelli della tutela minori, con il potere di influenzare così tanto la vita dei bambini e delle famiglie, fossero affidati a persone alla prima esperienza lavorativa e pagati una miseria. Sostenevo che questo, oltre agli effetti dell’inesperienza, generasse un continuo ricambio del personale, che giustamente mollava alla prima offerta migliore. Personale che occupava spazi di relazione con minori in situazioni di vulnerabilità, che avrebbero invece meritato almeno – almeno! – la continuità relazionale. Che non si possono strutturare servizi di questo tipo basandosi sullo sfruttamento di tirocinanti e volontarie. Che sarebbe stato più corretto assumere persone con più maturità ed esperienza e che le competenze si devono pagare il giusto. Mi è stato risposto che se osavo fare un discorso del genere era perché, evidentemente, non possedevo lo spirito da cooperante. Se si tratta di approvare lo sfruttamento dello spirito di carità, peraltro spesso pernicioso, allora decisamente non ce l’ho. Non ho più parlato con questa persona, non so se abbia o meno riflettuto su questa nostra conversazione.

Dall’altra parte c’è stata l’esperienza clinica, che si è sdoppiata – persone adottate e persone/famiglie straniere – per poi ricongiungersi in riflessioni e approfondimenti, oltre che in formazione transculturale ed etnopsichiatrica. Non entro ora nel merito della questione richiedenti asilo, ne ho già scritto in passato e mi porterebbe fuori strada, anche se non del tutto fuori tema. Dopotutto, come gli adottati sono sempre “bambini”, i migranti sono sempre “ragazzi”; il paternalismo e lo spirito di carità si sprecano in entrambi i casi.

Riguardo al lavoro con famiglie straniere posso dire che le cose sono andate un po’ meglio rispetto al primo approccio istituzionale, ma solo per la particolarità del servizio e delle persone che vi si rivolgevano: professioniste che si facevano domande. Persone che avevano il dubbio di non possedere gli strumenti per comprendere e aiutare l’Altro. Ciò nonostante sono stata testimone di alcune situazioni davvero assurde. Una tra le più significative: un padre straniero le cui figlie adolescenti erano in comunità da diversi anni (da quando la madre era morta) e i servizi sociali, interrogati sul perché la famiglia non si fosse ancora ricongiunta dopo il riassestamento iniziale, non avevano saputo rispondere. Non sapevano rispondere perché non c’era nessun motivo. Nessuno che si potesse dire ad alta voce, per lo meno. Il padre era presente e amorevole, voleva occuparsi di loro ed era in grado di farlo; aveva un lavoro stabile, una casa spaziosa e si era risposato, ma le figlie continuavano a vivere in comunità invece che con la loro famiglia.

 

Ripensamenti, ricostruzioni

Potrei raccontare altri aneddoti, ma mi fermo qui. Vale per i servizi di tutela minori in generale quello che ho detto e scritto riguardo all’adozione in particolare: non ho mai avuto pre-giudizi, ma ho effettivamente tante post-riflessioni. In nessuno dei due casi voglio generalizzare in senso negativo né le esperienze vissute dalle persone né tantomeno le persone stesse che si trovano o sono trovate a passare di là, ma penso che uno sguardo critico sull’istituzione e sui suoi fondamenti sociali sia doveroso. Sono convinta che l’istituto dell’adozione andrebbe smontato a partire dai suoi presupposti e ricostruito su altri, anzi, su un unico altro presupposto: il bene dei bambini e delle bambine.

Si può e si deve ragionare sulle alternative possibili per prendersi cura dei minori coinvolti senza sradicarli e acculturarli, soluzioni che sarebbero orientate al loro maggior benessere e che abbatterebbero in misura enorme la portata traumatica dell’adozione internazionale (non diversa da quella di una migrazione forzata). Immaginarsele, queste soluzioni alternative, fa emergere come il concetto di “superiore interesse del bambino” evocato nell’immagine di una-famiglia-per-il-bambino-senza-genitori non sia spesso che una meravigliosa foglia di fico (l’ho chiamato in questo modo, altrove) per coprire le vergogne. Le vergogne sono, in questo caso, gli impliciti innominabili dietro e dentro la misconosciuta dimensione politica dell’adozione internazionale: colonialismo, razzismo, classismo. Su questo tema avevo molto apprezzato il seminario “Adoption et colonialisme: migrations forcées, résistances, art et réacculturation” moderato dalla stessa Gay nel 2016.

Condivido a pieno l’idea sostenuta dall’autrice a tal proposito, quella che possa essere valorizzata la pratica dell’othermothering, cioè un sistema informale e transitorio di maternage comunitario in cui l’accudimento viene diffuso tra più figure adulte che fanno parte del contesto di vita del bambino (Gay, 2026: 86-87). Questo approccio riflette quello di “adozione ecocentrica” teorizzata da Nérée St-Amand, in cui vengono favorite la prossimità (familiare, culturale e geografica), l’appartenenza e l’opinione del bambino (ivi, pagg. 88-89).

Quali sono i presupposti su cui invece è costruita, fin dai suoi inizi, l’adozione? Nata come istituto che rispondeva all’esigenza di garantire eredi alle famiglie senza figli, solo in epoca di molto successiva l’adozione è stata ripensata partendo – almeno ufficialmente – dall’esigenza di garantire una famiglia a bambini in stato d’abbandono (Pregliasco, Moretti, 2022)[5]. Quando lo ha fatto, lo ha fatto cercando di ricalcare il più fedelmente possibile il modello di filiazione matrimoniale, quello che secondo la sociologa Irène Théry si basa sulla presunzione di paternità del marito[6]: pater is est quem iustae nuptiae demonstrant, il padre è colui che le nozze designano (Guizzardi, 2017: 39[7]; ne ho già scritto qui). L’intento di perseguire il modello matrimoniale della filiazione, inizialmente anche prediligendo una somiglianza che potesse far passare per biologici i figli (l’ho chiamato “passing adottivo”), accomuna i casi di adozione piena con quelli delle tecniche di procreazione medicalmente assistita con donatore. Il principio dell’anonimato del dono nelle TPMA segue la logica dell’anonimato nel dono di sperma, che a sua volta fa seguito all’anonimato nella donazione di sangue.

In entrambi i casi, adozione piena e TPMA, si fa sparire il terzo incomodo: la madre biologica (o entrambi i genitori) e il donatore. Nelle TPMA il segreto è tale per chi dona, per chi riceve e anche per il frutto del dono, ma non per l’istituzione medica. Nell’adozione piena, il segreto non vale per lo Stato. Come per la sua adozione Amandine Gay ribadisce più volte durante il testo, non è proprietaria della sua stessa storia (Gay, 2026: 26, 264). Fa parte di quella classe speciale di figli privati delle informazioni personali che li riguardano (Guizzardi, 2017: 61).

Sarebbe invece necessario sganciare la filiazione adottiva dal modello generativo e consentire alle storie biografiche di ciascuno di poter includere tutte le persone che ne fanno parte, rinunciando all’esclusività su cui si basa l’adozione piena, cioè la cancellazione del passato con tutto quel che c’è dentro. Altrimenti la «menzogna legale rivela l’impossibilità di pensare la filiazione al di là della continuità genetica, ma anche la necessità di creare delle orfane sulla carta per evitare ogni rischio di plurigenitorialità» (Gay, 2026: 51). La stessa obiezione rispetto alla plurigenitorialità può essere applicata anche alla gravidanza per altri, pratica che nella maggior parte dei casi prevede contrattualmente che la gestante non abbia futuri rapporti col bambino (se non li vogliamo chiamare madre e figlio[8]). Alcuni autori ipotizzano che se al contrario fosse prevista per legge la possibilità di una continuità relazionale, ci sarebbero molte meno richieste di GPA (Bondi, 2025: 148)[9]. La cosa mi sembra più che probabile; possiamo pensare che valga lo stesso anche per l’adozione aperta?

Sugli effetti dell’esclusività adottiva ho scritto in passato: in un articolo ho accennato all’idea di Sandrine Dekens, psicologa citata anche dall’autrice nel testo (Gay, 2026: 272), di leggere l’esperienza identitaria adottiva in parallelo a quella transessuale, nella cesura tra un prima e un dopo (Dekens, 2013)[10]. In altri scritti, ipotizzando che possa esistere un “patto adottivo” alla stregua del patto coloniale teorizzato da Frantz Fanon, ho invece tratteggiato possibili collegamenti tra il vissuto adottivo e le trame psichiche della colonialità: una peculiare costruzione di soggettività caratterizzata dallo spossessamento del corpo – fisico e simbolico – e una mitologia specifica nutrita dalla cancellazione delle tracce.

Da tempo mi appare evidente come

“se l’azione terapeutica di fronte a traumi intenzionali può essere utilmente quella di espellere il corpo estraneo dello psichismo, cioè la logica del persecutore (Sironi, 2001)[11], in questo caso non esiste propriamente un corpo estraneo e «riappare l’ossessione dell’annientamento: la liberazione come dis-occupazione dello spazio mentale è percepita dall’immaginario come una sparizione. La stessa che fa la Storia. […] La cosiddetta decolonizzazione non può aver luogo senza una liberazione del soggetto da parte del soggetto stesso, il che implica un collettivo che autorizza e accoglie» (Lazali, 2022: 281-282)[12]. Quest’ultimo passaggio mi fa pensare che la terapia individuale possa arrivare fino a un certo punto” (articolo mio).

Ci deve essere un collettivo che libera il soggetto da se stesso. Il libro di Gay sembra confermare questa ipotesi e indicare la via, nel momento in cui scrive che la sua salvezza, la pacificazione con la sua storia, è passata proprio dall’approccio politico (Gay, 2026: 17). L’aspetto comunitario che lega in un’appartenenza le persone adottate favorisce la «narrazione politica di sè» (ivi, pag. 39) che a sua volta può generare un cambiamento a livello di società. La questione è pruriginosa ma inevitabile. Da una parte, alle persone con un’esperienza personale adottiva viene contestato un posizionamento da fallimento: «L’argomento secondo cui a formulare analisi e riflessioni critiche sull’adozione sarebbero solo adottate rancorose è una storica strategia di squalificazione delle persone adottate militanti» (ivi, pag. 275). Dall’altra, alle persone senza un’esperienza personale adottiva viene contestato un posizionamento aprioristicamente x-fobico che, allo stesso modo, squalifica e delegittima qualsiasi discorso che si discosti dalla narrativa maggioritaria.

Insomma, l’adozione è qualcosa di cui si parla e scrive molto, ma quasi mai si riflette sulla sua dimensione politica, culturalmente scotomizzata, e sulla soggettività delle persone adottate, che va ben oltre la prima infanzia, perché «l’adozione è il cammino di tutta una vita» (ivi, pag. 295).  

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] Azem Ibtisam, 2021, Il libro della scomparsa, Torino, Hopefulmonster editore.

[2] Maraini Toni, 2024, Ultimo tè a Marrakesh, Roma, Edizioni Lavoro.

[3] Il riferimento normativo per l’Italia è la Legge 184/1983 (abrogativa dell‘adozione speciale prevista dalla Legge 431/1967), poi modificata con la Legge 149/2001; per l’adozione internazionale anche la Convenzione Onu sui diritti  dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, la Convenzione de l’Aja del 1993 e la successiva Legge 476/1998 sulla cooperazione tra Stati, che ha istituito la Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI). Altre normative di riferimento sono la riforma sullo status filiationis con la Legge 219/2012 e la Legge 173/2015 sulla continuità affettiva dei bambini in affido familiare, che apre alla cosiddetta “adozione aperta”.

[4] Fabbri Giulia, 2021, La produzione teorica su razza e razzismo dal 1990 a oggi. Una panoramica sul caso italiano, “Novecento Transnazionale. Letterature, arti e culture”, 5(2), pp. 189-212, doi:10.13133/2532-1994/16772.

[5] Pregliasco Raffaella, Moretti Enrico (a cura di), 2022, Le crisi nei percorsi adottivi in Italia. Indagine conoscitiva nei tribunali per i minorenni, Firenze, Istituto degli Innocenti.

[6] In Italia: Articolo 231 del Codice Civile (paternità del marito).

[7] Guizzardi Luca (a cura di), 2017, Irène Théry. Il genere del dono. Origini e alleanze dell’essere persona, Milano, Franco Angeli.

[8] Nonostante la prima definizione del termine madre sia: «Donna che ha concepito e partorito; genitrice» (https://www.treccani.it/vocabolario/madre/ consultato il 14/01/2026) e del termine figlio sia «Il generato rispetto ai genitori» (https://www.treccani.it/vocabolario/figlio/ consultato il 08/03/2026).

[9] Bondi Damiano, 2025, Nell’interesse di chi? Il costo morale della GPA, “Studi Urbinati, A – Scienze Giuridiche, Politiche ed Economiche” 91(75), pp. 133–153 https://doi.org/10.14276/1825-1676.4435.

[10] Dekens Sandrine, 2013, L’enfant adopté comme passeur de mondes, in Claude Mesmin, Philippe Wallon (a cura di), Regards croisés sur les familles venues d’ailleurs, Paris, Ed. Fabert.

[11] Sironi Françoise, 2001, Carnefici e vittime, Milano, Feltrinelli editore.

[12] Lazali Karima 2022, Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica della colonialità in Algeria, Pisa, Astarte.

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