(Come) funziona l’etnopsichiatria nella clinica intraculturale?

«I’ve been here and I’ve been there and I’ve been in between»

(King Crimson, I talk to the wind, 1969)

 

etnopsichiatria nella clinica intraculturale
Foto di Pexels da Pixabay

 

Come può funzionare l’etnopsichiatria nella clinica intraculturale, cosa può dare, se paziente e terapeuta condividono la stessa cultura e parlano la stessa lingua? In questi casi, evidentemente, non è la lingua che viene usata per mantenere lo squilibrio di potere, come avviene ad esempio in situazioni cliniche multiculturali (Kirmayer et al., 2020). Per riflettere su questo argomento partirò da alcune considerazioni generali sulle implicazioni del processo terapeutico stesso.

 

Il ruolo del decentramento

In certi casi le sedute possono essere una riattivazione della violenza strutturale che caratterizza le dinamiche familiari, quelle in cui il parlare o il non parlare assumono un significato particolare. La visione del paziente potrebbe essere riassunta così: una persona in posizione di svantaggio che, per la natura stessa della situazione, deve frugarsi l’intimità in presenza di un’altra persona, che detiene maggior potere e che non deve fare altrettanto. Perseguire la strada del benessere (o, in senso più ampio, dell’amore) ha un altissimo costo in termini di trasparenza. Questo aspetto è parzialmente ineliminabile; se è vero che è possibile e anche desiderabile impostare la relazione in una modalità collaborativa di reciproca trasformazione, è vero anche che la totale simmetria dell’identico non è un obiettivo praticabile né auspicabile. Dato che i due poli di ogni dualità si condizionano reciprocamente, è importante far notare che la presupposizione reciproca (o interpresupposizione) li definisce come ugualmente necessari, anche se non per questo li rende simmetrici o equivalenti. L’interpresupposizione è una relazione d’implicazione reciproca asimmetrica (Viveiros de Castro, 2017: 102). Reciprocità non è dunque sinonimo di socievolezza, non ha niente a che vedere con l’altruismo e con la non violenza, anzi: «la vita è un furto» (ivi). Per lo meno questo è (anche) il mio punto di vista e il mio modo di lavorare. Decentramento, elemento prioritario in etnopsichiatria, è allora lo sforzo di non assumere inconsapevolmente il ruolo gerarchico connaturato alla posizione, ma tentare di farne oggetto di riflessione.

 

Il daltonismo razziale (color-blind racial ideology)

Un secondo elemento generale, sul cui impatto nel processo terapeutico vale la pena soffermarsi, è la dimensione etnica e di genere. Che io sia una donna bianca non è sicuramente irrilevante, in alcune situazioni, e non solo per chi bazzica il femminismo intersezionale o la critical race theory[1]. In realtà ho pensato a lungo che lo fosse. Rispetto alla tematica del colore della pelle, credo di poter riconoscere la giovane me stessa in quello che viene definito daltonismo razziale, la color-blind racial ideology[2], per quanto riguarda il punto a) della seguente definizione:

«Synthesizing the interdisciplinary literature, we characterize color-blind racial ideology (CBRI) as consisting of two interrelated domains: color-evasion (i.e., denial of racial differences by emphasizing sameness) and power-evasion (i.e., denial of racism by emphasizing equal opportunities). Mounting empirical data suggest that the color-evasion dimension is ineffective and in fact promotes interracial tension and potential inequality. CBRI may be conceived as an ultramodern or contemporary form of racism and a legitimizing ideology used to justify the racial status quo. Four types of CBRI are described: denial of (a) race, (b) blatant racial issues, (c) institutional racism, and (d) white privilege» (Neville et al., 2013).

Come probabilmente la maggior parte della popolazione dell’Europa occidentale, ancora in preda ai sensi di colpa derivati dal colonialismo e dalla seconda guerra mondiale, per lungo periodo ho sperimentato una vera e propria cecità al colore. Quando ad esempio un’amica si presentò ad un estraneo come sudmericana, nonostante avesse vissuto là solo i primissimi anni a fronte dei venti in Italia e parlasse dialetto meglio di me, io protestai, dicendo che era italiana; lei giustamente rispose di no, che la pelle non si dimentica. Quando, guardando tuffarsi il figlio di una collega istruttrice di nuoto durante un turno in piscina, constatai che aveva una bellissima carnagione, lei strabuzzò gli occhi, incredula che non sapessi che era stato adottato in Colombia. Non avevo mai registrato coscientemente, prima di quel momento, che avesse degli evidenti tratti caraibici e non mi ero mai posta il problema delle sue origini, per me era suo figlio e basta. Ugualmente, quando insegnavo nuoto a due sorelline nere, che venivano accompagnate da una mamma bianca, non mi ero mai posta nessuna questione, per me erano le sue figlie e basta. Fino a quando una mia collega ebbe l’ardire di complimentarsi con la signora per essere stata così coraggiosa da adottare due bambine (sic!); lei si mise ad urlare che le aveva partorite lei e che suo marito era del Camerun. E io rimasi esterrefatta per non avere considerato, per l’ennesima volta, il colore della pelle come un elemento degno di nota. Potrei fare altri esempi, ma penso che sia sufficiente così per capire quale sia la base di partenza del mio modo di guardare (o non guardare) al colore della pelle. Prendo e porto a casa, con vent’anni di ritardo, la definizione di sottile e moderna forma di razzismo insita in atteggiamenti di questo tipo.

 

La bianchezza auto-evidente

Negli ultimi dieci anni si sono accumulate riflessioni e, negli ultimi cinque si sono aggiunti elementi in merito alle identità ibride, sollecitate dal lavoro con persone e famiglie straniere. Ne ho scritto approfonditamente altrove (vedasi qui); in questo articolo intendevo solo sottolineare, tra il (discutibile?) universalismo psichico e la (fantomatica) neutralità psicoanalitica, il peso nella pratica clinica di queste mie idee implicite e radicate. «Au-delà de n’être qu’une simple “attitude mentale” résolument positiviste du chercheur, l’universalité est un objet actif, une méthode d’appréhension» (Sironi, 2003). Mi ritrovo perfettamente nell’idea di cui parla Valeria Ribeiro Corossacz citando i critical whiteness studies, della bianchezza considerata come un dato auto-evidente, come una categoria naturalizzata, e non come un processo storico o un dato sociale. «La bianchezza infatti si presenta ai bianchi come qualcosa di “normale”, di scontato, spesso di trasparente» (Ribeiro Corossacz, 2012: 64). L’autrice parla della «difficoltà dell’intervistatrice a controllare/dominare l’intervista, la sensazione di qualcosa che va da sé nelle argomentazioni degli intervistati, come elemento di spaesamento, la presenza di un “noi” mai esplicitato, né caratterizzato, eppure sentito» (ivi, pag. 70). Oltre a questa, cita anche la difficoltà disciplinare di considerare la bianchezza come oggetto di ricerca legittimo, dal momento che l’etnografia si concentra su oggetti problematici all’interno del funzionamento sociale, perché più interessanti dal punto di vista antropologico. E la bianchezza non è considerata un “problema”, qualcosa da studiare, né dalla tradizione antropologica né da quella psicologica, sia in generale che in particolare nel campo delle adozioni internazionali. Ho parlato esattamente di questa fatica, quando ho sottolineato quanto a volte sia importante poter tematizzare la bianchezza come problema, e rompere il motto che se l’adozione non si vede, tanto meglio, «il bianco è il colore che non vuole essere nominato» (ivi, pag. 72).

 

Il presente articolo è riproducibile, in parte o in toto, esclusivamente citando autrice e fonte

(Silvia Noris – www.silvianoris.it)

 

Note

[1] Per la definizione e la storia della teoria: https://www.britannica.com/topic/critical-race-theory, consultato il 08/01/2024.

[2] Per una sintesi della teoria per come è stata concettualizzata: https://inclusion.uoregon.edu/definitions-concepts consultato il 08/01/2024. Per una disanima su come questa teoria si inserisce, in particolare, nell’universalismo francese: https://hir.harvard.edu/color-blind-frances-approach-to-race/#:~:text=France%27s%20%E2%80%9Ccolor%2Dblind%E2%80%9D%20approach,later%20rise%20of%20linguistic%20universalism  consultato il 08/01/2024. Per una riflessione sulle implicazioni in ambito scolastico: https://www.edweek.org/teaching-learning/opinion-the-colorblindness-of-schools-has-failed-children-of-color/2019/09 consultato il 08/01/2024.

 

Bibliografia

Kirmayer Laurence J., Guzder Jaswant, Rousseau Cècile (2020), Consultazione culturale. L’incontro con l’altro nella cura della salute mentale, Milano, Edizione Colibrì.

Neville Helen A., Awad, Germine H., Brooks James E., Flores Michelle P., Bluemel Jamie (2013), Color-blind racial ideology: Theory, training, and measurement implications in psychology, “American Psychologist”, 68(6), pp. 455-466, doi: 10.1037/a0033282.

Riberiro Corossacz Valeria (2012), In bilico tra colore e classe. Esperienze di bianchezza tra uomini bianchi di Rio de Janeiro, in Casella Paltrinieri Anna (a cura di), Incontri transatlantici. Il Brasile negli studi dell’antropologia italiana, Anzio-Lavinio (RM), Novalogos edizioni.

Sironi Françoise (2003), Maltraitance théorique et enjeux contemporains de la psychologie clinique, “Pratiques Psychologiques”, IV.

Viveiros de Castro Eduardo (2017), Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale, Verona, Ombre Corte.

 

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